Lo psico-blog

TBFA- terapia breve a focalizzazione astrologica

TBFA- terapia breve a focalizzazione astrologica
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Oggi vorrei farvi un’anticipazione, introdurre brevemente un metodo terapeutico originale che sto ultimando nel mettere a punto. Si tratta di un metodo che ho personalmente elaborato sulla scorta della mia duplice esperienza, che intende trattare con modalità di approfondimento clinico le problematiche del soggetto a partire dal simbolismo astrologico, superando i limiti attuali del consulto tradizionale di chi si rivolge all’astrologia come forma di sostegno e riducendo il numero di sedute di psicoterapia. Il metodo si avvale di un setting terapeutico a orientamento analitico in forma rivisitata, all’interno del quale si affrontano i nodi principali della personalità e l’evoluzione del soggetto, secondo le indicazioni che alla nascita fornisce, nel suo linguaggio analogico, il tema astrologico. La gestione professionale delle sedute tutela il consultante nella sua struttura psicologica e dai potenziali danni derivanti degli stili di interazione errata nei quali gli astrologici solitamente cadono: l’atteggiamento impositivo/aggressivo, dove il consultante è messo di fronte a problematiche psicologiche profonde della propria vita e poi abbandonato nella gestione a sé stesso dopo la singola seduta; il “pensiero positivo” che si focalizza sulle potenzialità inespresse e le risorse “scritte” nel tema, in un’iniezione di ottimismo tanto superficiale quanto fugace e inefficace, senza investigare i blocchi che non ne consentono l’espressione nella vita effettiva del soggetto.  La tecnica ha lo scopo di ovviare a queste incongruenze, in una strutturazione in 10 incontri settimanali mirati a valutare, singolarmente e poi nella sua interezza, gli aspetti fondamentali del singolo tema astrologico, cui potrà far seguito, per chi ne sentisse la necessità, di proseguire con un percorso di psicoterapia vero e proprio. A partire dal mese prossimo, presenterò la TBFA a Milano, Como, Vicenza  e Torino. Per chi volesse approfondire, rimando al mio sito.

 
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Gay in psicoterapia

Gay in psicoterapia
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Si è tornato a dibattere in televisione, qualche domenica fa nel pomeriggio di Canale 5, di psicoterapia e omosessualità. E in particolare, di trattamenti di (pseudo)psicoterapia rivolti alla modifica del comportamento, in questo caso, sessuale, definite come terapie riparative e riunificate sotto l’ombrello dell’acronimo anglosassone SOCE - Sexual Orientation Change Effort. Letteralmente: terapie rivolte a sostenere lo sforzo per il cambiamento dell’orientamento sessuale.  Per fortuna,  e ripeto per fortuna, con una chiara condanna e la lettura in trasmissione di un comunicato ufficiale di ascientificità di tali terapie, emesso dell’Ordine Nazionale degli Psicologi,  e di cui riporto qui il testo completo con il collegamento al link: http://www.psy.it/documenti/Omosessualita_terpie.pdf. Purtroppo, si assiste ancora oggi a un clima di vera aberrazione culturale dove il diverso dalla norma, qualunque sia la diversità in oggetto, va condannata, spesso perché ritenuta pericolosa. Per converso, è da tutelare il comportamento che viene considerato nella norma e, nei casi, estremi, tentare di ripristinarlo, a spese dell’integrità, dell’istinto , dell’essenza di essere umano, quale la sessualità, che rappresenta una componente fondamentale per l’identità . A chi mi leggesse, e non concordasse con me, ricordo  che dal 1973 l’omosessualità non è più classificata dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) tra le deviazioni sessuali e che dagli anni 90 l’OMS- Organizzazione Mondiale della Sanità- ha derubricato l’omosessualità dal novero delle malattie mentali. Alcune associazioni, anche italiane, come Obiettivo Chaire, movimenti cattolici e genitori benpensanti farebbero bene a considerare i dati scientifici qui riportati.

 
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Figli come estensione, figli come espressione

Figli come estensione, figli come espressione
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Quante volte sussiste confusione in questa duplice modalità di rapportarsi con i figli, quante volte la prima, arbitrariamente e in modo poco sano, si sostituisce alla seconda. All’apparenza ciò avviene senza una chiara denuncia né sociale né da parte di chi la subisce, a volte senza averne piena coscienza. Abbastanza spesso la prima modalità assume forme comuni, velate: nessuno si stupisce se il figlio segue le orme professionali del padre, o se la figlia si sposa e fa due figli, proprio come la madre. Giusto per citare due esempi comuni, rintracciabili nella vita di tutti i giorni. Spesso, anche se ovviamente, non sempre, i figli vivono ciò che i genitori hanno designato per loro, all’interno di una rosa di modelli di comportamenti accettabili e condivisi, o devono riscattare socialmente i genitori, diventando così uno strumento, anche qui inteso in senso di estensione, per aggiungere mete e obiettivi che loro stessi hanno fallito.”Almeno tu devi fare l’università”, oppure” Non fare il mio errore, non sacrificare la vita per i figli”, o ancora” Non fare come tuo padre, che lavora e basta”. Si dimentica, ancora oggi, in una struttura certamente più elastica e aperta di quella dei genitori di altre società, che il mettere al mondo i figli è un compito spirituale, l’avventura di un’anima da seguire passo passo. Nella gioia di vederla crescere, sbagliare, affrontare le difficoltà che dovrà affrontare, cercando di guidarla nella conoscenza di sé stessa e della sua espressione, qualunque essa sia, anche quando confligge con il pensiero e i modelli del genitore stesso. Abbandonando onnipotenza  e narcisismo, troppo spesso ancor oggi presenti in molti adulti che decidono di dedicare alla genitorialità parte della loro esistenza.

 
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La comunicazione double bind

La  comunicazione double bind
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La storia che descrive il film di Garrone di cui vi ho parlato mi porta a un’ulteriore riflessione sul tema della perversità dei rapporti interpersonali. Nel film, questa comunicazione patologica, chiamata in psicoterapia doppio legame ( double bind) avviene tra la figura perversa e il soggetto vittima. E a sua volta la figura perversa ne è stato vittima nell’infanzia e, anche se il film non lo dichiara apertamente, fa intuire allo spettatore competente che il clima in cui è cresciuto ne sia stato pervaso, con una frase :“ Se sollevi quel lingotto d’oro , sarà tuo “, dice il padre al futuro cacciatore di anoressiche, pur essendo cosciente che, il bambino, così piccolo, non sarà in grado di farlo. Il messaggio è dunque l’impossibilità di avere ciò che si desidera, di non avere le risorse per. La letteratura dice che il fondamento del doppio legame sottende spesso una struttura schizofrenica, per la quale ogni comunicazione viene percepita come ambigua, come se , al suo interno, contenesse una contraddizione, un significato opposto.  Bateson, autore della teoria del doppio legame, cita un esempio piuttosto famoso nel descrivere questa modalità: una mamma rivede, dopo un certo lasso di tempo, il figlio in ospedale. La mamma, mentre il figlio si avvicinava per riabbracciarla, dice: “ Non devi aver paura d’esprimere i tuoi sentimenti”, subito dopo,però, essersi irrigidita e ritratta dal figlio stesso. Il senso di colpa, di inadeguatezza di esprimere i sentimenti viene così negata proprio nel corso dell’atto di esprimerli, portando a una confusione emotiva e percettiva nelle relazioni. A partire, come quasi sempre accade, dalla relazione tra madre e figlio, e così in tutte quelle che verranno.

 
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Le relazioni perverse

Come vi scrivevo l’altro giorno, il film di Matteo Garrone, dal titolo “ Il collezionista di anoressiche”, mi introduce brevemente al tema della perversione delle relazioni interpersonali. Si tratta di una storia realmente accaduta, tratta dal libro biografico, di Marco Mariolini, ora detenuto nel cercare di Bergamo, dal titolo “Il cacciatore di anoressiche”. Il film ha dunque un titolo diverso dal libro, che descrive meglio, a mio avviso, la modalità della patologia perversa: il soggetto perverso “ caccia”, insegue, cioè, la preda designata per ucciderla. E’questo il fondamento della perversione, l’equazione amore uguale morte, distruzione. La  perversione si inserisce nel clima di violenza, non necessariamente di aggressività, che permea la relazione e nell’intercambiabilità dell’oggetto, ossia di chi, vittima o preda, è costretta a conformarsi ai desideri della persona patologica. Il film descrive accuratamente le fasi precedenti che introducono all’instaurazione della relazione perversa: la conquista della fiducia della vittima designata e il processo di distruzione della sua autostima,  attraverso la svalutazione, la derisione, il disprezzo, perché non riesce a uniformarsi , per amore, ai valori del perverso. Spesso, si assiste a una comunicazione paradossale dove vengono riscritte la morale, le regole di coppia, in un quadro di scollamento dalla realtà , dove la realtà è viziata dalla perversione, dove diventa “normale” la richiesta perversa: in questo caso affamarsi, per aggiungere un peso ideale e mai sufficiente . Non spesso, fortunatamente, il grado di perversione giunge a questi limiti, ma spesso in relazioni all’apparenza nella norma, prendono forma schemi perversi e dannosi. Per chi volesse vedere l’intervista realizzata a Mario Mariolini, suddivisa in 4 video, molto interessanti.

 
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“Tutti cercano la fusione nei rapporti”

“Tutti cercano la fusione nei rapporti”
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Questa affermazione dell’analista Enrichetta Buchli, emersa in un dibattito tra analisti e psicoterapeuti a seguito della proiezione di un film del regista Matteo Garrone, di cui vi parlerò, mi ha stimolato alcune domande. “E’ epocale”, ha aggiunto. Secondo l’analista si tratterebbe, quindi, di uno schema di comportamento oggi largamente diffuso. Personalmente, ritengo che si modelli sull’impronta del rapporto iniziale con il materno, dove la fusione tra neonato e madre permane senza differenziazione nell’arco del primo anno di vita. Sembrerebbe quindi  il ritorno a quel bisogno, a quell’accudimento totale e incondizionato, che si ricerca, in forma regressiva, collocandosi cioè su un piano di bisogni che appartengono a una fase precedente della psicologia dell’individuo, in età adulta. Che sia epocale significa che abbraccia un’intera generazione, o più generazioni, in questa fase storica. Rifletto. Figli di madri inaccudenti, per cui la nostalgia di quello stato permane ? Bisogno di sicurezza primordiale, istintuale, nell’incertezza di un mondo sconosciuto e quindi ostile, come nella visione del neonato ? Desiderio di ripristinare una condizione paradisiaca, nell’accoglimento totale e unilaterale,nella gioia infinita di vedere soddisfatti i propri bisogni senza responsabilità ? Aspirazione a ricostituire il rapporto a due ideale e quindi illusorio, come fuga dal reale e dagli scogli evolutivi che ogni relazione significativa comporta ? Di certo, assistiamo a una percezione deformata ed emotivamente instabile del senso della coppia, che ne mina, alla base le fondamenta per la sua costruzione.

 
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Parlare di psicologia in televisione

Parlare di psicologia in televisione
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Da un  sondaggio di qualche tempo fa, emergeva che psicologi e psicoterapeuti reputavano negativamente la presenza televisiva di colleghi professionisti nei talk show televisivi. Vorrei spiegare il perché decido di essere presente a trasmissioni televisive rivolte al grande pubblico, quando vengo invitato. E’ vero che non è semplice, è vero che lo spazio, troppo spesso, è limitato, è vero che sussiste il rischio di strumentalizzazione. E’ altresì vero che i conduttori, non sempre giornalisti professionisti, anzi, riescono a fatica a gestire il dibattito: o meglio, si defilano, spesso, dal ruolo di mediatori nel  dare giusta rilevanza alle diverse opinioni. Sembra avere ragione chi si impone maggiormente, non chi ha fatto una riflessione adeguata e esprime un’opinione ragionata. E’ spesso un palcoscenico di visibilità, dove il narcisismo, o la quota di aggressività di chi vi partecipa vengono soddisfatte. Personalmente, sono modalità che ho superato, che non mi appartengono più, e che in part,  in passato, mi appartenevano. Nonostante ciò, non sempre , ma spesso, ho la presunzione di pensare che una voce assennata, un’opinione che rifugge la superficialità e i luoghi comuni, possa aprire uno spiraglio, fungere da stimolo a chi mi ascolta e socchiude la porta delle proprie opinioni al nuovo. E’ un po’ il concetto della parabola del vecchio , il bambino e le meduse piaggiate in riva al mare, di cui vi ho già parlato: per  quella medusa, quel qualcuno, fa la differenza.

 
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Ancora sull’assenza del padre

Ancora sull’assenza del padre
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La mia presenza televisiva di venerdì 29 ottobre a Mattino 5, Canale 5, mi porta a parlare nuovamente sull’assenza del padre, prendendo spunto dal concorrente del GF 11. Per chi volesse vedere una parte del dibattito, questo è il link : http://www.video.mediaset.it/video/mattino_5/gf/188982/partoriro-senza-il-mio-compagno.html. Nella sezione riportata, manca in verità la mia risposta, che in trasmissione  invece ho dato, a Barbara Palombelli. La signora Palombelli si trincera dietro la banalità di pensiero per assicurarsi il consenso del grande pubblico: il padre deve stare vicino alla propria moglie in attesa del figlio. Senza se e senza ma. E adduce, a conferma della propria tesi, la crescente presenza del marito nelle sale parto durate il travaglio e, appunto, il parto: concetto condivisibile e, in parte, veritiero ma che non centrava nulla con il dibattito in corso. Ancora una volta assistiamo a come il ruolo, in questo caso del padre, prevarichi l’individuo in quanto tale: il giudizio è pronto, e così la conseguente condanna. Personalemente, reputo irrilevante condividere o non condividere questa posizione del concorrente del GF, non credo che nessuno abbia la statura per farlo. Quello che osservo è un dato di realtà : il bisogno di affiliarsi a comportamenti tradizionali, perché rassicuranti, con la presunzione di essere nel giusto, solo perché si tratta di un comportamento condiviso dalla maggioranza e rafforzato dalla tradizione. Qui il punto centrale era invece l’accordo di coppia, la scelta consapevole, attenta e riflessiva. Ho avuto modo di parlare con la moglie del concorrente prima della messa in onda, dietro le quinte. La serenità con la quale sta portando avanti la sua gravidanza  sarà sicuramente a beneficio del feto, nella vita intrauterina: se il compagno avesse fatto scelte diverse, volte al sacrificio, al non sentire il bisogno di vicinanza ma ugualmente costringersi a essere accanto alla moglie, il clima emotivo sarebbe stato senz’altro più nocivo dell’assenza. Ma condiviso dalla maggioranza, e quindi rassicurante. Se fosse stato in viaggio,perché uomo d’affari e ugualmente assente, presumo, non ci sarebbe stata nessuna polemica.

 
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Sul valore delle diverse religioni

Sul valore delle  diverse religioni
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Oggi, voglio raccontarvi una Parabola. C’era una volta un sultano, le cui casse di denaro erano vuote. Decise così di chiamare a palazzo un ricco giudeo, al quale avrebbe estorto, con l’inganno, il suo denaro e le sue ricchezze, ponendogli un quesito: “ O giudeo, quale religione che è nel giusto ? la tua, giudeo, o la mia, la religione cattolica ?” il sultano pensò: “ Qualunque sarà la sua risposta, potrò comunque avere tutti i suoi beni:  se mi risponde la sua, dovrà morire perché sta tradendo la religione del suo sultano, se risponde la mia, lo condannerò a morte perché persiste nell’errore della sua religione, pur riconoscendo che non è nel giusto”. Chiamato a palazzo e interrogato sul quesito, il ricco giudeo rispose: “ O mio sultano, lasciate, in tutta risposta, che vi racconti la mia storia. Tra le mie ricchezze c’era un anello unico, dal valore inestimabile. Ognuno dei miei 3 figli maschi, lo voleva per sé: Il primogenito lo reclamava in quanto primogenito, il mio secondo figlio lo reclamava in quanto il più colto dei fratelli, il mio terzogenito, lo reclamava perché il più devoto al padre. Ma per me, i miei figli, erano tutti ugualmente meritevoli. Decisi così di far realizzare due copie identiche all’originale,inestinguibili tra loro, se non un minuscolo segno in un angolino. E diedi un anello a ognuno dei mie tre figli, senza fare alcuna differenza”.

 
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L’archetipo del clown

L’archetipo del clown
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Un recente intervento di Giorgio Meroni, psicologo analitico junghiano, mi suggerisce di introdurre un‘interessante riflessione  sull’ archetipo del clown, che ha le sue radice in quello di Ermes-Mercurio.  Meroni afferma  che in questo momento storico, come in ogni epoca di transizione, cambiamento e perdita di valori, l’archetipo che emerge, nella sua forma di Persona jughiana, di maschera (vedi post precedenti), è il clown. Il clown, come lo conosciamo al circo, provoca, vive secondo schemi propri di libertà: conosce le regole, ma solo per non seguirle, è consapevole degli schemi che costringo e le sovverte, va oltre le convenzioni, ha una logica tutta sua, che è poi l’assenza di logica tradizionale. Il modello del clown offre una struttura comportamentale nella quale riconoscersi per sopravvivere, afferma Meroni, nella nostra società dello spettacolo. Il clown non soffre, non soccombe alla perdita di significato dei valori dell’esistenza, non si riconosce negli schemi precedenti, li sente superati, e quindi rappresenta intenzionalmente un archetipo che li supera, trasgredendoli. Come il buffone shakespeariano, il clown-buffone è l’unico che può dire la verità al Re, che è in grado di percepire la realtà in modo corretto, quale essa è, facendo appello al senso di follia, transitoria e non strutturale, (come il Matto negli archetipi descritti nei Tarocchi di Marsiglia) quale risorsa indispensabile per riempire il vuoto valoriale nelle società di transizione.

 
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