Lo psico-blog

I disagi alimentari: il cibo come affettività

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© Getty Images


Solo in una struttura sociale occidentale come la nostra, dove regna un benessere generalizzato, potevano svilupparsi patologie inerenti al cibo. Non sorprende, infatti, che in società diverse, in continenti dove il cibo rappresenta ancora esclusivamente una fonte di energia e di sostentamento per la vita, queste patologie non esistano. O non abbiano, meglio, ragione di esistere, in quanto il cibo non assume significati “altri”, ma si limita alla sua funzione pratica, primaria, di nutrire. In termini simbolici il cibo rappresenta in una parola il mondo, che portiamo  all’interno del nostro corpo, affinché possa essere assimilato e consentirci così la continuità della vita biologica. Spesso il rifiuto del cibo significa, intermine generali, un rifiuto, ovviamente non consapevole, di qualcosa all’interno di questo mondo, una qualche situazione particolare, qualche rapporto. Come nel caso estremo del vomito (psicogeno) o del senso di nausea. C’è qualcosa che ripugna, che non si accetta, senza rendersene del tutto conto. La nausea impedisce di mangiare, fa scattare il suo rifiuto del cibo/mondo. La nausea, o il vomito che rappresenta un rifiuto ancora più netto, è il modo di dire «No» senza usare le parole.

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