Lo psico-blog

Sull’interruzione della psicoterapia

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© Getty Images


Uno dei segnali della pressione sociale verso l’accelerazione e lo sviluppo continuo, del bisogno incessante di consumo, anche in ambito spirituale, è la richiesta di interruzione anticipata, prematura, della psicoterapia. Le motivazioni sono varie e personali, ma tra loro collegate da un filo conduttore: la volontà di investire tempo e denaro in altri ambiti, appena raggiunto un grado appena sufficiente di benessere o di risoluzione dei sintomi. Ignorando, sempre più spesso,la necessità di sedimentazione dei risultati raggiunti. Non è sempre semplice valutare il grado di consolidamento del nuovo benessere, che spesso, osservo, viene a sostituirsi, concettualmente, con l’assenza di malessere, confondendo così due ambiti diversi. La richiesta è naturalmente legittima da parte del paziente, ma spesso il desiderio di autonomia, spiego, che stimolo e sostengo in alcuni casi, va tuttavia calibrato nel tempo, monitorato ancora, osservato più a lungo e più da vicino. Purtroppo, e scrivo a titolo strettamente personale, un certo modo di concepire la psicoterapia (mi riferisco alle terapie brevi, cognitivo-comportamentali, focalizzate sul problema), nell’incontrare la domanda di mercato della salute mentale, diventano conniventi e assecondano questa modalità sociale patologica, a mio parere, di accelerazione e risoluzione veloce in modo meccanico del disagio, senza profondità. Dimenticando il significato originario della  terapia che è, in senso etimologico, la cura, la comprensione e l’evoluzione dell’anima.

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lkBiiKsGQmIpn, 15 maggio 2011 06:18 Allerta questo commento

I'm not easily impressed. . . but that's impresisng me! :)


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