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Psichiatria: le terapie farmacologiche

Per molto tempo, i disturbi psichiatrici sono sembrati incurabili dai farmaci. Ma nel 1952, alcuni scienziati francesi hanno scoperto che alcune droghe avevano un effetto sulla psiche. Iniziò allora l’avventura dei farmaci detti psicotropi.

Le terapie farmacologiche
© Getty Images

Un numero notevole di studi effettuati nel settore farmaceutico fin dal 1952 ha fatto moltiplicare il numero di psicotropi, rendendoli sempre più efficaci e meglio tollerati. Questi studi hanno permesso inoltre di cominciare a prevedere i meccanismi biologici che sono alla base dei disturbi psichiatrici.

Due nozioni importanti:

  • questi farmaci non hanno alcuna virtù terapeutica. Sono in un certo senso delle aspirine dello spirito. Alleviano angosce o riducono le depressioni, calmando pazienti agitati o deliranti;
  • questi farmaci sono consumati in eccesso ovunque. Diversi punti fondamentali, da tenere sempre a mente: non prendere per troppo tempo queste droghe e rispettare le dosi. Inutile associare due droghe con la stessa azione.

Gli antidepressivi

Certi antidepressivi si chiamano psicostimolanti. Sono molto apprezzati dai malati per il loro effetto euforico, ma hanno spesso l’inconveniente di provocare dipendenza.

La maggioranza di loro appartiene a due grandi classi chimiche: le triciclici, le più attive, ma meno ben tollerate, e gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) che sono attualmente di gran lunga i più utilizzati, in quanto i loro effetti collaterali sono moderati.

Condotta del trattamento: attenzione, l’inizio dell’azione antidepressiva è ritardato, all’incirca da una a due settimane.

I trattamenti devono essere prolungati per almeno 6 mesi, per prevenire le ricadute. Il farmaco verrà sostituito solo due mesi più tardi, con uno farmaco con meccanismo di azione diversa.

Indicazioni principali: I casi più frequenti sono gli stati depressivi reattivi su uno sfondo di nevrosi e gli stati depressivi gravi detti malinconici, che richiedono il ricovero ospedaliero.

I tranquillanti

I tranquillanti appartengono a due classi, secondo i loro effetti:

  • gli ansiolitici che riducono il livello dell’ansia in tutte le sue forme;
  • i sedativi, che calmano l’agitazione e inducono sonnolenza
  • Si distinguono ulteriormente secondo la loro rapidità e la durata di azione, che può andare da 5 a 30 ore.

Indicazioni: tutti gli stati ansiosi: le crisi d’angoscia, gli attacchi di panico, l’ansia generalizzata, i disturbi fobici, i disturbi ossessivo-compulsivi.

Effetti indesiderati: sono i disturbi della memoria, ma soprattutto gli stati di dipendenza, che impongono una prescrizione a durata determinata, e una sospensione progressiva.

La riduzione del tono muscolare fa temere cadute nelle persone anziane.

Gli ipnotici

Gli ipnotici inducono il sonno per durate più o meno lunghe. Oggi si utilizzano soprattutto le benzodiazepine, a effetto ipnotico dominante. Gli effetti indesiderati sono identici a quelli dei tranquillanti.

I neurolettici

I neurolettici si utilizzano nelle psicosi. Hanno rivoluzionato il trattamento di questo disturbo, permettendo soprattutto il reinserimento dei malati nel tessuto sociale.

Se distinguono pertanto fra 3 tipi di azione tra le numerose classi chimiche:

  • l’effetto sedativo, riservato agli stati di agitazione;
  • l’effetto antipsicotico, riservato a deliri e allucinazioni;
  • l’effetto disinibente.

Effetti indesiderati: stati d’indifferenza, sindromi di tipo Parkinson (tremori), contrazioni, impazienza.

Gli ultimi neurolettici ad oggi, chiamati atipici, sono meglio tollerati e più attivi sugli stati deficitari.

Tutti questi farmaci sono molto utili e permettono ai malati e alle famiglie di superare periodi difficili, ma non dispensano dalle terapie non farmacologiche, e dalle cure psicoterapeutiche, che consentono soprattutto di evitare le ricadute.

Dott. Jean-Paul Relizere

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19/10/2012

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