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Le diverse tolleranze agli antidepressivi

Si sa, gli antidepressivi richiedono un certo periodo di tempo per agire. In pratica, minimo due settimane. Ma esistono fenomeni di sensibilità individuale e alcuni pazienti sono resistenti a questo tipo di trattamento. Studi recenti di neurobiologi permettono ormai di comprendere meglio perché certi depressi rimangono refrattari ad alcune categorie di antidepressivi.

La tolleranza agli antidepressivi
© Getty Images

Un recente esame non traumatico, la tomografia a emissione di positroni (PET) viene utilizzata da alcuni anni dai ricercatori per esplorare il funzionamento del cervello. Questa tecnica, che misura le alterazioni del metabolismo cerebrale, viene impiegata tanto in neuropsicologia, per comprendere le zone cerebrali coinvolte nello sviluppo di questo o quel compito, che in neurobiologia.

Immagini del cervello grazie alla PET

Lo strumento è stato utilizzato dall’équipe della Dott.ssa Helen Mayberg all’università del Texas di San Antonio per studiare la risposta ad un antidepressivo molto prescritto nel mondo: il Prozac. Il Prozac agisce principalmente modificando il metabolismo di una sostanza coinvolta nella trasmissione fra le cellule nervose, la serotonina. Per meglio comprendere i suoi effetti, i ricercatori hanno analizzato i cambiamenti del metabolismo cerebrale sotto PET su un campione 15 veterani americani gravemente depressi. L'analisi veniva effettuata in base all'assunzione di Prozac dai pazienti alla solita dose o un placebo.

Quando il cervello oppone resistenza

Alla luce dei risultati osservati, pare che alla risposta al Prozac s’accompagni per alcune settimane un’alterazione caratteristica di certi circuiti neuronali del cervello. In compenso, nei malati non rispondenti, questi cambiamenti, che traducono una certa capacità d’adattamento delle aree cerebrali agli effetti dell’antidepressivo, non si producono. Chiaramente, sembra dunque che esista una certa resistenza biologica al fatto di essere sensibile o meno ad un farmaco antidepressivo.

I neurobiologi sono giunti ad analizzare questi cambiamenti nei dettagli. Così, è emerso che nei malati rispondenti al Prozac, al miglioramento clinico s’accompagnava alla sesta settimana un aumento del metabolismo nella corteccia, la zona del cervello implicata nei meccanismi del pensiero e della capacità motoria, e una riduzione in altre zone come le aree limbiche, responsabili delle emozioni, o l’ippocampo, che interviene nella memoria. In compenso, nei pazienti insensibili al Prozac, tali fenomeni non sono stati osservati e le alterazioni cerebrali rimarrebbero globalmente simili a una e a sei settimane.

Verso un trattamento personalizzato

Questi dati sono interessanti, poiché lasciano immaginare la possibilità di modulare, in futuro, i trattamenti farmacologici in funzione delle caratteristiche dei vari pazienti, scegliendo un prodotto piuttosto che un altro, e modulando le dosi.

Dott.ssa Corinne Tutin

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20/10/2012
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