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Reagire dopo il suicidio di un bambino

Il lutto, dopo il suicidio di un bambino, è un momento estremamente complesso e delicato per genitori e famigliari. Anche il sostegno e le parole sono indispensabili. È quanto sottolinea Thérèse Hannier, presidente dell’associazione Faro Bambini-Genitori e membro dell’Unione nazionale di prevenzione del suicidio (UNPS). Hannier ci parla dei mezzi per uscire dall’isolamento e della necessità di eliminare il tabù nella nostra società.

La reazione dopo il suicidio di bambino
© Getty Images

Doctissimo: Come reagiscono i genitori al suicidio di un bambino?

Thérèse Hannier: Dopo il suicidio del loro bambino, i genitori vengono lasciati soli, soli di fronte alla sofferenza. Certo, ognuno reagirà in funzione della sua personalità e del contesto. Dopo lo shock iniziale, ognuno passerà per diverse fasi. La colpa è spesso significativa: "io non ho visto"; "io non ho capito", "che cosa ho fatto" o al contrario "che cosa non ho fatto". Sono perseguitati dalla domanda " "perché ". C’è spesso una fase depressiva, che è ancora più accentuata rispetto ad un lutto "semplice".

Doctissimo: Come reagire di fronte a fratelli e sorelle?

Thérèse Hannier: Se il bambino aveva fratelli e sorelle, i genitori devono impiegare molta energia, anche se la situazione li porterebbe naturalmente a sentirsi stanchi e demoralizzati. Ed è difficile essere forti di fronte ad altri bambini. Soprattutto perché si sono persi i punti di riferimento dei genitori: tutti i loro principi di educazione sono rimessi in causa. Talvolta, i bambini aiutano i genitori a superare l’ostacolo, ma possono anche reagire molto male (fughe, violenze..). Pertanto, i genitori devono stare attenti perchè anche gli altri bambini  possono conoscere malesseri importanti.

Doctissimo: Come possono, i genitori, superare questo lutto?

Thérèse Hannier: Si tratta di un lungo cammino personale. Non esistono regole. L'essenziale è poterne parlare. Occorre evitare di vivere questa sofferenza nella solitudine, anche se rimane difficile da condividere. Proprio perché questo isolamento, questa chiusura in sé rischia di avere conseguenze gravi. Numerose associazioni propongono gruppi di entrata e di discussione, per giustamente aiutare a parlare. Il fatto di incontrare altri genitori che hanno vissuto la stessa cosa permette di condividere il proprio dolore: questo è un vero salvavita, perché permette di uscire dal suo caso personale. Al di fuori dei gruppi di discussione, alcuni scelgono di farsi ugualmente seguire da uno specialista, psichiatra o psicologo. In tutti i casi, occorre lasciar passare un po' di tempo. Molti genitori ne escono rivolgendosi ad altri, trovando il mezzo per rendersi utili, perché ciò che è successo a loro non accada ad altri.

Doctissimo: Quali mezzi potrebbero essere adottati per aiutare questi genitori?

Thérèse Hannier: Occorre sottolineare che il tabù rimane estremamente forte nella nostra società. Non si parla della morte, quando paradossalmente essa è onnipresente. Sul suicidio circolano numerosi luoghi comuni. Perché il suicidio non sia più un tabù, occorre che i poteri pubblici facciano un gesto simbolico forte, dichiarandolo una grande causa nazionale, per esempio. Questo consentirebbe di facilitare la prevenzione aiutando i genitori a uscire dal loro isolamento.

Alain Sousa

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18/10/2012

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