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Le persone che vivono nei quartieri meno abbienti hanno più probabilità di sviluppare una depressione rispetto agli abitanti dei quartieri agiati. È quello che afferma uno studio americano secondo il quale la causa del malessere non sarebbe solo la qualità della vita ma anche la qualità del vicinato.

Depressione e ambiente
© Getty Images

Le persone dei quartieri meno abbienti sono più soggette di altre a sviluppare una depressione? Se sì, ciò è dovuto a problemi personali o alla cornice di vita? Sono queste le domande alle quali ha cercato di rispondere Catherine Ross, sociologa dell’Università di Stato dell’Ohio (Stati Uniti), in uno studio pubblicato sul“Journal ofHealth and Social Behavior”nel giugno del 2000.

I soldi fanno la felicità?

La sociologa si è basata su un sondaggio telefonico realizzato nel 1995 in 2500 case dell’lllinois (Stati Uniti).Tra le altre cose,i dati raccolti comprendevano informazioni sul reddito, sulla situazione familiare, sul luogo di residenza e sugli eventuali stati depressivi.

Secondo vecchi studi sociologici, sono molti i fattori che aumentano i rischi di depressione: disoccupazione, reddito scarso, genitori isolati… Ora, evidentemente, la maggior parte dei quartieri svantaggiati ospita personea loro volta svantaggiate. Catherine Ross ha quindi cercato di dissociare l’influenza dei problemi personali da quelli legati all’ambienteallo scopo di determinare realmente i fattori di depressione specifici del vicinato. Per la sociologa i quartieri svantaggiati si contraddistinguono per due aspetti: lo svantaggio e il disordine sociale. Un quartiere svantaggiato è definito come un luogo nel quale le fonti sociali ed economiche sono deboli.Questi quartieri sarebbero inoltre caratterizzati da uno scarso livello di attrezzature ed edifici come scuole o parchi.La mancanza di infrastrutture sarebbe percepita dagli abitanti come un abbandono da parte della società.Secondo la studiosa, le opportunità limitate o la carenza dei servizi provocano la comparsa di disordini sociali: “Paragonati ai giovani di quartieri più agiati che pensano che, andando a scuola ed evitando la prigione, avranno buone opportunità d’impiego, i giovani che pensano di avere poche chance di riuscire nella vita tendono a frequentare menola scuola e preferiscono dedicarsi ad attività illegali, aumentando così il livello di disordini del quartiere”.

Madri single, fattori di disordine sociale?

Per correlare tra di loro certi elementi (cioè stabilire scientificamente che esiste un legame tra tali elementi) la sociologa ha dovuto chiarire alcuni concetti e strumenti di misurazione.Nel suo studio definisce quindi la depressione come un’emozione negativa (tristezza, solitudine…), accompagnata da un malessere fisico (disturbi di concentrazione, insonnia…). Spiega inoltre che la valutazione della situazione più o meno svantaggiata di un quartiere può farsi a partire dalla percezione che hanno gli abitanti delle condizioni e delle attività del vicinato (graffiti, vandalismo, alcolismo, droga…). SecondoCatherine Ross, oltre al questionario, la valutazione del carattere svantaggiato o meno di un quartiere può essere fatta a partire dalla percentuale di persone povere e anche di madri single. In effetti, diversi studi avrebbero dimostrato l’utilità di questi due indicatori: il grado di povertà permette di misurare lo svantaggio economico di un quartiere, mentre il numero di madri single, se può essere correlato al livello economico, sarebbe un indicatore del disordine sociale. Su questo ruolo dei genitori single, l’autrice dello studio precisa: “Secondo Wilson (1996), la povertà da sola non implica il crollo dell’ordine sociale quando le famiglie povere sono prevalentemente composte da due genitori […]. I genitori single sarebbero meno in grado di controllare i figli, e i vicini, anch’essi genitori single, meno capaci di sorvegliare i figli degli uni e degli altri”. Questi figli abbandonati a se stessi sarebbero quindi, secondo la sociologa, responsabili di una parte del disordine sociale.

Influenza del quartiere

I risultati del sondaggio sembrano dimostrare il legame tra il luogo di residenza e la depressione: il fatto di vivere in un quartiere svantaggiato aumenterebbe del 23% il rischio di diventare depressi. La sociologa ha esaminato i risultati nel dettaglio per valutare le diverse influenze. Ha così osservato che determinate situazioni non avevano nessun legame significativo con il tasso di depressione: livello scolastico medio del quartiere, tasso di persone proprietarie del loro appartamento o affittuari, tipo di popolazione (afro-americana o ispanica), o ancora stabilità geografica (persone presenti nella stessa abitazione da più di cinque anni).

Certo, lo studio dimostra fondamentalmente una correlazione, già nota, tra gli elementi della situazione personale e la percentuale di depressione: le donne sono più depresse degli uomini, quelli che hanno redditi alti lo sono meno dei disoccupati o di quelli con stipendi bassi, le persone sposate con o senza figli sarebbero meno depresse dei single, le persone anziane lo sarebbero meno dei giovani, ecc. La sociologa avrebbe invece individuato un legame tra la pratica delle attività illegali e l’aumento del rischio di depressione (secondo l’autrice i delinquenti sono forse angosciati dall’idea di farsi arrestare e dal fatto di non potersi fidare di molte persone…).

Indipendentemente da questi fattori personali, lo studio ha dimostrato l’influenza significativa del luogo di abitazione. Secondo i risultati il disordine sociale e gli svantaggi del quartiere (legati al grado di povertà e al tasso di madri single) aumenterebbe così dell’8% il rischio di depressione. Un tale risultato potrebbe tradurre più un’impressione che una realtà: le persone che provocano la maggior parte dei disordini sociali sono apparentemente anche quelle più depresse.

Se sei una giovane disoccupata e nel tuo quartiere ci sono molte madri single, nel tuo vicinato potrebbe quindi annidarsila depressione…

Alain Sousa

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24/09/2012
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