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L'ansia e gli attacchi di panico
 
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La spasmofilia

Specificità del tutto italiana, la spasmofilia non è nota ai nostri vicini inglesi né agli americani. Quali sono le cause? Diverse sono le ipotesi avanzate: disturbo ansioso o depressivo, anomalia del magnesio… Ecco il punto di vista del Dr Laurent Chneiweiss, psichiatra e specialista dell’ansia.

La spasmofilia
© Getty Images

Doctissimo: Lei vede regolarmente in consultazione pazienti cosiddetti "spasmofili". Come definirebbe la spasmofilia?

Dott. Laurent Chneiweiss: Non esiste veramente una definizione clinica della spasmofilia. Ma quando si esaminano i sintomi descritti negli articoli sulla spasmofilia, essi hanno a che fare sia con la depressione (rallentamento psicomotorio, difficoltà di concentrazione, tristezza, somatizzazione...), sia con l’ansia, con in particolare queste famose crisi di spasmofilia.

Così, se si decifrano questi sintomi secondo i criteri di diagnostica delle malattie psichiatriche (DSM), si cade sistematicamente sulla diagnosi di episodi depressivi gravi o di disturbi ansiosi, di ansia generalizzata o più spesso disturbi di panico. Quando i pazienti descrivono le loro crisi di spasmi muscolari, si tratta prima di tutto di attacchi di panico.

Doctissimo: Potrebbe precisare cos’è l’ansia?

Dott. Laurent Chneiweiss: L’ansia è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva relativa a problemi minori. Può essere sintomo di un altro disturbo, specialmente un disturbo della personalità o depressione. L’ansia è un modo di esprimere una sofferenza interna.

Ma talvolta si tratta di un disturbo in sé: il funzionamento psichico è totalmente rivolto verso una preoccupazione o un pericolo in particolare, che comporta l’impegno ad evitare il pericolo stesso. Ad esempio, certe persone hanno timore di trovarsi in ambienti dai quali potrebbero non uscire. Esse temono tutto il giorno di avere una crisi d’ansia ed evitano gli ambienti in cui potrebbero verificarsi.

I sintomi della crisi di spasmofilia (senso di soffocamento, palpitazioni, paura di morire o di impazzire, vertigini, tremori, senso di spersonalizzazione, nausea, vomito...) sono esattamente quelli dell’attacco di panico. Certi pazienti temono permanentemente l’insorgenza di una crisi. E tutto il loro comportamento ruota attorno a questo timore.

Nell’ansia generalizzata, queste sono tutte le piccole preoccupazioni della vita quotidiana (denaro, famiglia, salute) che invadono la vita. Si tratta, ad esempio, di madri di famiglia che passano il loro tempo a temere che i loro bambini o il loro marito non rientrino all’ora prevista.

Doctissimo: Il meccanismo degli attacchi di panico è noto?

Dott. Laurent Chneiweiss: Si ritiene che siano legati ad una ipersensibilità all’ossido di carbonio. In caso di calo della concentrazione di ossido di carbonio nel sangue, i recettori posti nel tronco cerebrale scatenano un allarme di falso soffocamento. Quando i soggetti si trovano in un ambiente leggermente stressante, come uno spazio ristretto, incrementano il ritmo respiratorio e assumono una respirazione superficiale, ansimando.

In questo modo, inalano l’aria che hanno appena espirato e aumentano così la percentuale di ossido di carbonio nel sangue, scatenando una crisi. Il meccanismo dell’attacco di panico sarebbe così l’inverso di quello avanzato per la crisi di spasmo muscolare. Corrisponde a ciò che gli americani chiamano sindrome di iperventilazione. Questa non è l’unica causa di attacco di panico, ma è una causa molto frequente, quando i segnali respiratori sono in primo piano. Ciò che è buffo è che gli "spasmologi" spesso raccomandano di respirare in un sacchetto per fare cessare la crisi, come nel caso dell’attacco di spasmo muscolare, al fine di aumentare il contenuto di ossido di carbonio nel sangue. Questa tecnica calma molto regolarmente la crisi. Pertanto è totalmente contraria alla teoria di una ipersensibilità all’ossido di carbonio. Allora perchè riesce comunque ad essere efficace? Semplicemente perché respirare in un sacchetto è difficile. Le persone sono obbligate a rallentare il ritmo respiratorio e dunque a smettere la respirazione superficiale. La crisi cessa a partire dal momento in cui le persone ritirano la testa dal sacchetto e respirano normalmente. Il sacchetto le ha distratte dalla crisi e le ha costrette a respirare in modo più calmo.

Doctissimo: Come trattate questi pazienti?

Dott. Laurent Chneiweiss: Proviamo a far loro capire che con tecniche derivate dal rilassamento, possono evitare le crisi e ritrovare la loro autonomia. Per aiutarle a controllare le loro crisi di panico, si insegna loro a rallentare il ritmo respiratorio e a ritrovare una respirazione addominale piuttosto che una respirazione toracica. Li si fa respirare in maniera rapida e superficiale in modo che avvertano i primi sintomi di panico, quindi progressivamente li si porta a calmare la loro respirazione per fare cessare i disturbi.

Doctissimo: Qual è l’interesse delle terapie farmacologiche?

Dott. Laurent Chneiweiss: Non sono stati condotti studi rigorosi per valutare il ruolo del magnesio o del calcio negli attacchi di panico o di ansia. Gli antidepressivi in dosi leggere sono efficaci.

Purtroppo, molti spasmofili sono trattati con farmaci diversi, come i beta-bloccanti, perché si lamentano di palpitazioni. I medici hanno la tendenza a trattare ogni sintomo, senza identificare la malattia che si nasconde alla base. È invece molto importante ricercare i problemi d’ansia e di depressione. La depressione è la prima diagnosi da evocare.

Dott.ssa Chantal Guéniot

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17/10/2012

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