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La claustrofobia

Essere in ascensore o in una galleria ti fa orrore? Ritrovarti chiuso in un aereo ti spaventa a morte. Forse sei claustrofobico! Quali sono i sintomi di questo disturbo? Da dove deriva? Per saperne di più, abbiamo posto qualche domanda a Pascal Couderc, psicanalista e psicoterapeuta.

La claustrofobia
© Getty Images

Lungi dall’essere un semplice fastidio, la claustrofobia comporta molta sofferenza e può diventare un vero handicap nella vita di tutti i giorni. Per poter guarire, occorre scoprire la causa della propria angoscia interiore.

Claustrofobia: la paura degli spazi chiusi

Si stima che dal 4 al 5% della popolazione generale soffra di claustrofobia. L’etimologia del termine claustrofobia viene dal latino claustrum (chiuso, che a sua volta deriva da claudere chiudere, segregare) e dal greco phobia, che significa paura, panico. “La claustrofobia è la paura degli spazi chiusi e ridotti”, spiega Pascal Couderc, psicanalista e psicoterapeuta. Le situazioni preferenziali? “Gli ascensori, tutte le stanze piccole, l’aereo, anche se quest’ultima situazione è un po’ diversa perché in questo caso la paura dello spazio limitato si associa alla paura di cadere”, spiega l’esperto.

“È importante spiegare che queste situazioni sono spiacevoli per tutti”, precisa Pascal Couderc. “Ciò che fa la differenza tra una semplice sensazione di disagio e una vera e propria patologia, è l’intensità e il senso d’angoscia”, aggiunge. Così, se una persona prova un’angoscia parossistica con la paura d’impazzire, se ha un vero e proprio attacco di panico in uno spazio chiuso e mette in atto misure controfobiche (come il non prendere l’ascensore, la metropolitana, ecc.), allora si può dire che soffre di claustrofobia. Niente a che vedere con una semplice preoccupazione. “È molto doloroso”, insiste lo psicanalista e psicoterapeuta.

Cos'è la claustrofobia?

“La causa dell’angoscia non è l’oggetto della fobia”, spiega lo psicanalista e psicoterapeuta. Per la psicanalisi, dietro a una fobia si nasconde un’angoscia interiore di cui non si conosce l’oggetto. “Poiché non è possibile sfuggire a se stessi, ecco che scatta il meccanismo della fobia per consentire ciò”, spiega Pascal Couderc. Attraverso un procedimento inconscio, si proietta questa angoscia all’esterno, su una situazione o su un oggetto. In seguito si può agire sulla situazione che si rende responsabile della propria angoscia.

“Basta evitare l’oggetto fobico per evitare l’angoscia”, spiega lo psicanalista. Quali possono essere le cause della claustrofobia? “Questo dipende dalla storia personale di ognuno”, risponde Pascal Couderc. “Otto Rank, psicanalista di origine austriaca1, ha avanzato l’ipotesi che ciò sia legato a un trauma della nascita, cioè del parto, soprattutto durante il passaggio attraverso il condotto stretto, che ha lasciato un’impronta traumatica nel bambino”, spiega. In ogni caso c’è un elemento scatenante.

Ecco l’esempio di un paziente seguito da Pascal Couderc: quest’uomo di 28 anni aveva sempre adorato prendere l’aereo. Un giorno fa un viaggio con la sua amante e, durante il volo, disturbato da alcune turbolenze, viene assalito da un’angoscia parossistica. In seguito, ha paura di prendere l’aereo, al punto tale da farsi a volte oltre 3 giorni di viaggio con altri mezzi di trasporto. “In realtà si sentiva molto in colpa perché tradiva sua moglie, madre di un neonato. Gli eventi reali (le turbolenze) e il suo angosciante senso di colpa si sono associati e hanno provocato la paura dell’aereo. La sua angoscia proveniva da altrove, ma si era cristallizzata su una situazione spiacevole”, spiega lo psicanalista. E conclude: “Quando, alla fine, ha lasciato la sua amante, le cose sono tornate alla normalità”.

Curare la claustrofobia

“Nel momento in cui la claustrofobia influisce sulla vita quotidiana con effetti invalidanti è necessario consultare un medico”, raccomanda Pascal Couderc. “Se non si fa niente, le fobie si estendono”, afferma. Quali le cure possibili?

“Si consiglia una psicoterapia d’ispirazione psicanalitica che consenta di riposizionarsi nel contesto generale della personalità e scoprire da dove proviene l’angoscia”, spiega lo psicanalista e psicoterapeuta. “Se il problema viene risolto, l’angoscia scompare”, dichiara. Il comportamentista introduce un confronto: “Per esempio invito la persona claustrofobica a prendere spesso l’ascensore, soprattutto quelli grandi: più lo si prende, più la situazione sarà decontaminata dall’angoscia”.

Un altro trattamento possibile è la terapia cognitivo-comportamentale (TCC). Questa consiste nell’affrontare e nel cambiare i processi del pensiero e/o i comportamenti attraverso esercizi pratici incentrati sui sintomi. Se la paura degli spazi chiusi ti rovina la vita, chiedi aiuto. 

Anne-Sophie Glover-Bondeau

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05/08/2013

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