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Fobie: quando la paura ti rovina la vita

Oggi si sente spesso parlare di fobia. Ma cosa si intende esattamente con questa parola nell’uso quotidiano? Tra la semplice paura provata in una situazione un pò difficile e l’avversione irrazionale, c’è un abisso!

Quando la paura ti rovina la vita
© Getty Images

Sin dalla tenera età, la paura fa parte integrante della nostra vita. La paura del buio, di alcuni animali o degli sconosciuti è normale e a volte anche necessaria: permette di prendere coscienza dei pericoli e serve da campanello d’allarme indispensabile alla sopravvivenza. Nel corso della nostra vita, impariamo a gestire e a superare la paura, ma quando diventa incontrollabile e morbosa, quando ostacola il normale svolgimento delle attività quotidiane, si parla di fobia.
L’associazione pschiatrica americana elenca 6 456 distinte fobie: dalle più comuni come l’aracnofobia (paura dei ragni) alle più rare come la defecaloesiofobia (paura della stitichezza).

Fobie semplici

Come tutte le fobie, le fobie semplici sono paure senza un perché obiettivo ma, molto spesso, non limitano la vita quotidiana (paura dei serpenti, luoghi chiusi, oscurità, vuoto…). Provate da molte persone, queste inquietudini non sono considerate patologiche se non provocano un’alterazione della qualità di vita o sofferenza. Perché è facile conviverci, basta solo evitarle (restrizione di viaggi, scale piuttosto che ascensore, una luce notturna sempre accesa in casa...). Circa il 7 % della popolazione soffre di questo tipo di fobie.

L’inferno? Gli altri

Le fobie sociali e l’agorafobia sono le più fastidiose. La prima è caratterizzata da una paura irrazionale delle situazioni in pubblico (paura di parlare, di arrossire, di tremare o di balbettare). E’ la paura del giudizio altrui, spesso unita al sentimento di non valer nulla e a una scarsa stima di se stessi.
L’agorafobia (paura degli spazi aperti o troppo affollati, paura di esser lontani da casa e di avere una malattia o una crisi di panico) impedisce, essa stessa, di vivere, di uscire, di comunicare. Queste due gravi patologie possono condurre, in assenza di trattamento adeguato, a un isolamento sociale, a una depressione, oppure, ancor peggio, portare colui che ne soffre a comportamenti di «autoterapia» pericolosi (consumo eccessivo di alcol o di tranquillizzanti per fuggire dalla paura) che possono provocare nel malato stati di dipendenza. Le fobie sociali toccano il 13-14% della popolazione e l’agorafobia l’1-2%.

Una forma particolare di fobia: il DOC

Contrariamente alla persona fobica "ordinaria" che ha paura di fronte a un pericolo preciso, la persona che soffre di DOC (distrubo ossessivo-compulsivo) è ossessionata, costantemente e in anticipo, dall’ "idea" di alcune situazione insostenibili (essere sporco, essere in pericolo…) e compie sempre più gesti rituali e ripetitivi per calmare la sua angoscia. Queste ossessioni si impongono al malato contro la sua volontà, anche se lui stesso le reputa assurde. Il 2-3% circa della popolazione ne soffre e il 15% di questi DOC sono associati ad attacchi di panico.

Si può guarire da una fobia?

Il carattere persistente della paura e gli atteggiamenti volti a evitare situazioni a rischio detereminano la diagnosi delle fobie.
I trattamenti consistono essenzialmente in terapie cognito-comportamentali. Per far scomparire una paura, bisogna affrontarla, in maniera soft e molto graduale. Esitono a questo scopo tecniche di autocontrollo dell’ansia, di rilassamento e di esposizione alle situazioni terrificanti. Una psicoterapia può essere associata a tali tecniche. Per ciò che riguarda i DOC, sarà previsto un trattamento con medicinali (antidepressivi) unito a una psicoterapia.

La fobia è un fenomeno ereditario?

Al momento non abbiamo a disposizione studi certi a riguardo. Ma si sa, e il dottor Christophe André lo conferma, che "anche se non si trasmette una fobia al proprio figlio, gli si trasmette probabilmente una sorta di vulnerabilità emotiva". I comportamenti dell’ambiente circostante, in questo tipo di disturbo, sono determinanti. D’altra parte, al momento di un trattamento, conferma il dottor Jacques Leveau, psichiatra, "bisogna che l’ambiente circostante  cooperi con la terapia".



Isabelle Martin

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15/01/2014

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