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La consolazione è riservata ai più piccoli?

Soffiare sulla bua, asciugare una lacrima, o più semplicemente una parola gentile… Tanti rimedi efficaci contro i dispiaceri dei bambini… Andare avanti, in ogni circostanza! Ma cosa ne è per noi che siamo adulti? E’ nostro diritto aspettarci che gli altri ci consolino dei nostri mali? Si può dare conforto a chi vuol condividere con noi le proprie pene? Alcuni consigli per un cuore più leggero… Piccoli dispiaceri o grosse pene, è spesso utile trovare una spalla su cui piangere…

La consolazione è riservata ai più piccoli?
© Getty Images

La condivisione e il dono

Tutto dipende dall’intensità della pena, ma molti mali possono essere allegeriti da una presenza calorosa. Basta a volte uno sguardo, un gesto tenero, una parola amichevole per diminuire l’afflizione. Consolare è, come prima cosa, non lasciare l’altro solo, essere là effettivamente e affettivamente, per evitare che alla sofferenza si aggiunga la solitudine. Il tempo della consolazione è quello della condivisione e del dono.
Condivisione e dono attestano che la vita mantiene un senso, al di là di ciò che momentaneamente lo occulta; condivisione e dono per ritrovare la voglia di vivere… Condivisione di ciò che pesa… Dono del proprio calore di vita, di piccoli gesti e parole, ricevute e date.

Le parole che consolano

Le parole che consolano sono quelle che ridanno fiducia nella vita, quelle che colui che soffre vorrebbe ascoltare, in cui vorrebbe credere, ma che al momento non riesce più neanche a pensare… Parole che ricordano, che al di là della più grande disgrazia, una parte della vita resta indenne, che il tempo è all’opera per alleviare il dolore e che provare la gioia sarà ancora possibile… Come diceva Freud, le parole giuste, che siano amichevoli o in un contesto terapeutico, permettono a colui che è caduto in disgrazia di ricominciare a fare progetti, parole che confortano e riconfortano, è la «pulsione di vita» che abbiamo dentro. Tuttavia, in situazione di dolore estremo, le parole giuste e i gesti di affetto non hanno potere di guarigione, possono aiutare a sopportare la sofferenza, ad attraversarla, ma non l’annullano. E’ necessario allora cercare altre strade, ricorrere agli specialisti.

La nostalgia del rifugio materno

Proviamo tutti la nostalgia di un mondo scomparso in cui era possibile gettarsi in lacrime, tra le braccia di un adulto, trovando totale conforto.
Bene, se il desiderio di essere consolati è legittimo a ogni età, sarebbe troppo illusorio raggiungerlo. Ciò che può dare consolazione è aspettare che il tempo faccia il suo corso, che la vita riprenda normalmente, accompagnare questo « lavoro del lutto », direbbe Freud, la cui riuscita dipende solo da chi soffre. Essere stati amati, coccolati, consolati durante l’infanzia può sicuramente permettere che si porti a compimento un profondo lavoro interiore.

Trovare in sé ciò che consola

Una parte importante del cammino che conduce alla consolazione passa per se stessi.
Si tratta di smuovere in sé un altro sé, che ha fiducia, consoli, compito una volta appartenuto alla figura materna, per ritrovare ciò che appaga. Aver interiorizzato questo prezioso conforto permette di optare finalmente per la vita, piuttosto che per la prostrazione e la disperazione: accettare, sopportare, superare e amare malgrado tutto. Questo movimento, questa trasformazione interiore ci appartiene, ma la presenza calorosa di un qualcun altro non può che giovare.



Dominique Pir

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25/06/2010
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