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Bambini nati da riproduzione assistita: come spiegare loro da dove vengono

A luglio di quest'anno compie 30 anni la prima bambina in provetta spagnola. La sua vita, come quella di altri bambini nati con metodi "assistiti", è senza dubbio speciale. Questo tema, insieme ai progressi compiuti e all'accettazione da parte della Società, è stato l'oggetto del dibattito in occasione della giornata "Trent'anni di tecniche di riproduzione assistita" organizzata dalla fondazione Fundación Víctor Grífols, celebrata a Barcellona.

Bambini nati da riproduzione assistita
© Getty Images

Victoria Anna, la prima “bimba in provetta” è ormai una donna adulta. Vive con il marito a Madrid e si occupa di pubblicità. In questi trent'anni in cui lei è cresciuta, si è formata come persona e come professionista, sono venuti al mondo 90.000 bambini spagnoli con metodi di riproduzione assistita. Cinque milioni in tutto il mondo.

Ognuno di questi genitori e ognuna di queste storie è segnata da un mix di illusione e speranza (avrò un bambino, finalmente!) ma forse anche di paura e di un certo pudore. E tutto questo nonostante il fatto che l'istinto di paternità o maternità non conosca stereotipi sociali: come spiegare alla società che uno della coppia "non funziona" e che bisogna cercare ovuli o seme al di fuori di questa unione? O quando spiegare che la paternità si condividerà con una persona dello stesso sesso? Oppure come far capire alla famiglia che si desidera un figlio anche se non si ha un compagno o una compagna di vita? E naturalmente… come spiegare al bambino da dove viene?

Tre decenni di grandi progressi

In questi 30 anni, la riproduzione assistita ha compiuto passi da gigante. Oltre ad avere migliorato e abbreviato ogni protocollo, riducendo il numero di tentativi e lo stress per i futuri genitori, è stato ridotto il numero di figli nati in uno stesso parto (qualche anno fa era necessario impiantare più embrioni per aumentare le probabilità di gravidanza, per cui era normale che la coppia trattata potesse avere 3, 4 o 5 figli contemporaneamente).

Nel prossimo futuro queste tecniche continueranno a progredire e si sentirà parlare sempre più di spermatozoi e ovuli creati da cellule madre (spesso senza l'intervento di donatori ma a partire da materiale della stessa donna richiedente); diventeranno comuni anche il trapianto di utero e l'uso della robotica applicata alle tecniche di riproduzione assistita, magari con più precisione e perizia rispetto alla mano del medico.

E cosa si spiega a questi bambini?

Quando ci si lasciano alle spalle il laboratorio, le provette, le pipette, i campioni di sangue e il chirurgo, si torna alla vita reale, quella di tutti i giorni. Il bimbo nato con la riproduzione assistita cresce... e cresce anche la sua curiosità. Come abbiamo detto in precedenza, arriva un momento in cui bisogna sedersi con lui e spiegargli la sua origine perché non arrivi inopportunamente a fare domande come "perché non assomiglio né alla mamma né al papà" o "perché non ho una mamma ma ho due papà” (o perché vivo con due mamme, senza un papà).

Tutti gli psicologi infantili sono concordi: è necessario spiegare. Questo però non è così facile quando entra in gioco la figura del donatore

Quindi come e con quali parole si dice al bambino che è venuto al mondo grazie al seme e all'ovulo di un anonimo, una persona senza volto e senza nome, o che è cresciuto nella pancia di una donna che si è offerta volontariamente per portare avanti la gravidanza?

Secondo Vicent Borràs, sociologo e padre di un bambino di 5 anni nato con maternità surrogata (una psicologa americana si è prestata per generare il bebè), è fondamentale essere franchi e sinceri con il bambino. “Mio marito e io – spiega Vicent – avevamo già deciso come farlo. Quando era piccolissimo gli abbiamo raccontato storie che riproducevano questa realtà, anche se logicamente a lui sono rimaste alcune idee, ma non tutte le informazioni. Non bisogna bombardarlo di dati, ma fornirglieli man mano che chiede”.

Secondo lui, che è anche consulente dell'associazione di famiglie lesbiche e gay, “è importantissimo che il bambino conosca altre famiglie nella stessa situazione perché tutti cerchiamo persone uguali o simili a noi. Il fatto di vedersi diverso, ad esempio l'unico bambino con due papà o due mamme, può essere motivo di confusione. Per questo è utile far parte di qualche associazione e avere contatti con altre famiglie”.

La naturalezza è senza dubbio lo strumento migliore per dare queste spiegazioni. Se le famiglie e gli amici accettano la situazione come normale e naturale, anche il bambino lo farà, a prescindere dagli altri fattori che sono intervenuti nella "sua creazione".

L'età del bambino è un altro aspetto da tenere in considerazione per le spiegazioni. Borràs evidenzia che gli esperti raccomandano di dare spiegazioni gradualmente. Secondo alcuni studi, ricorda il sociologo, se si inizia a dare informazioni tra 0 e 7 anni, il bambino lo accetta con normalità; se invece questo discorso tra genitori e figlio si svolge tra i 7 e i 14 anni, il bambino può sentirsi ingannato; se si aspetta che sia entrato nell'adolescenza per spiegargli che non è nato in modo del tutto naturale, il figlio sentirà, almeno inizialmente, un rifiuto verso la sua famiglia.

Diana Guerra, psicologa del prestigioso centro di riproduzione assistita IVI di Barcellona raccomanda anche di “trovare racconti, storie e film (molti di Disney) che parlano di concepimento e mostrano altre famiglie diverse (“Dumbo”, “Il libro della giungla”). È meglio raccontare la propria storia con calma, con risposte brevi e dirette ma reali e servendosi di metafore e disegni che aiutino il bambino e l'adolescente a comprendere molto bene il processo. Tutto questo va spiegato senza paura, rispondendo alle sue domande e sottolineando che è stato un figlio molto desiderato”.

Questa psicologa ritiene che la società non sia ancora pienamente matura per accettare del tutto i progressi di questo tipo e le diverse situazioni familiari a cui danno luogo (famiglie monoparentali con figli, madri single ecc.): “c'è ancora tanta incomprensione e curiosità malsana attorno a questo tema. Per questo cerchiamo di sensibilizzare la società e soprattutto le scuole, con materiale didattico che promuove la tolleranza e il rispetto verso queste nuove forme di famiglia”.

L'essenziale, sottolinea Vicent Borràs, “è che il bambino cresca in un ambiente sicuro, che non senta rifiuto. Se gli vengono fornite le armi necessarie per affrontare il mondo in futuro, non avrà importanza quale è stata la sua origine effettiva, se il seme non era quello del papà o se è cresciuto nella pancia di una persona che non chiama “mamma”. Sarà in grado di spiegarlo e sicuramente le persone che lo circondano sanno in grado di comprenderlo, perché quando le cose si conoscono, si accettano meglio”.

Charo Sierra

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06/02/2015
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