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Nuove genitorialità: come parlarne ai bambini?

Il modello di famiglia così come l’hanno conosciuto i nostri nonni è cambiato. La famiglia cosiddetta 'tradizionale' è ormai solo un esempio in mezzo a una costellazione di vari altri modelli. Le 'nuove genitorialità' sono una realtà e occorre essere in grado di affrontarle con i figli in modo da fornire loro la chiave per un corretto sviluppo psicologico. Come parlare di questi argomenti con i più piccoli? A quali domande rispondere, in quale momento? Ecco una piccola guida per i genitori fornita da Catherine Jousselme, specialista in psichiatria infantile.

I nuovi modelli di famiglia
© Getty Images

Nuove genitorialità: quattro tipi di famiglie

I dibattiti che hanno animato la Francia per buona parte del 2013 tendono a far dimenticare che il termine “nuove genitorialità” non comprende solo le famiglie con genitori dello stesso sesso. “Distinguiamo quattro tipi di nuove genitorialità che possono provocare o meno disgiunzioni nella procreazione e nella filiazione”, spiega Catherine Jousselme, professoressa di psichiatria infantile e adolescenziale a Parigi e primario del reparto e del polo universitario della fondazione Vallée. “Il primo gruppo comprende le adozioni, le inseminazioni artificiali intraconiugali (IAC) e le procreazioni medicalmente assistite (PMA) con donatore. Poi vi sono le famiglie monogenitoriali, le famiglie omogenitoriali e infine le famiglie ricomposte, che sono i casi più comuni”. A seconda dello schema familiare e dell’età del bambino, con quest’ultimo dovranno essere affrontate varie questioni, “allo scopo di aiutare il suo sviluppo senza intralci e senza angosce”, spiega la psichiatra infantile.

Il bambino in una famiglia omogenitoriale: il caso della Francia

Nel 2013, in Francia, queste famiglie hanno subìto un martellamento mediatico di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Le famiglie omogenitoriali, infatti, si sono spesso ritrovate al centro di dibattiti che hanno accompagnato il voto della legge sul matrimonio per tutti. Questa legge ha spianato la strada al riconoscimento del “genitore sociale”, che può adottare in modo plenario il bambino del “genitore legale”. Una riforma molto attesa da queste famiglie. L’Associazione delle famiglie omogenitoriali (ADFH) stima infatti a 250.000 il numero di bambini che vivono con almeno uno dei genitori omosessuali.

La fondazione della famiglia omogenitoriale

“La costruzione di una famiglia omogenitoriale non è molto diversa da una famiglia “normale”, considera la professoressa Jousselme. “Quando una coppia omosessuale decide di avere un bambino, tramite adozione o procreazione medicalmente assistita, i genitori uniscono le regole che desiderano trasmettere al figlio”, spiega. Quindi non vi è nessuna differenza significativa in materia di educazione. In compenso, l’esperta precisa che “la questione della filiazione e del tipo di procreazione è immediatamente fonte di interrogativi per il bambino”. E a quest’ultimo in genere vengono poste domande diverse da quelle che verranno fatte agli altri. “Occorre che i genitori si assumano la responsabilità della loro scelta e propongano sin dalla nascita di inserire la storia del bambino in ciò che gli raccontano o in ciò che gli mostrano (album fotografici, ecc.)”. Il modo in cui il bambino è stato desiderato ed è venuto al mondo è un argomento che può essere affrontato sin da quando è molto piccolo, se fa domande in proposito.

Questo processo deve svolgersi, come consiglia la psichiatra, “senza vergona né senso di onnipotenza”. Il bambino ha bisogno di sentire che i suoi genitori per primi sono a loro agio con la loro omosessualità e con la fondazione della loro famiglia. “Più sentirà i suoi genitori rilassati, più lo sarà anche lui nel porre domande quando ne avvertirà l’esigenza”, precisa la psichiatra. Il punto fondamentale è infatti aiutarlo a “smitizzare il modello della famiglia”, di cui sentirà molto parlare attorno a sé. Tutto ciò senza cadere nell’estremo opposto, cioè nel “senso di onnipotenza” contro cui Catherine Jousselme mette in guardia: “Le coppie omogenitoriali non devono martellare il proprio bambino dicendogli che la LORO famiglia è IL modello più sano e quello più amorevole. È controproducente e non aiuterà certo il bambino a trovare i suoi punti di riferimento”.

L’identità sessuale del bambino in questione

Nel caso di famiglie omogenitoriali, la posta in gioco è principalmente lo sviluppo dell’identità sessuale del bambino. Secondo la professoressa Jousselme: “Il fatto di avere due mamme o due papà non influenzerà il bambino nel suo sviluppo sessuale finché i genitori s’interrogano su questo e propongono possibilità di identificazione con persone terze, di sesso diverso dal loro.” Questa questione delle persone terze e dei punti di riferimento esterni alla coppia di genitori è fondamentale. “Per fornire ai propri figli tutte le chiavi che li aiutino a trovare la propria identità sessuale, i genitori devono essere in grado di spiegare al loro bambino le diverse modalità di sessualità, il fatto che il suo concepimento non è stato uguale a quello degli altri bambini che vivono in famiglie eterosessuali, e che la loro scelta sessuale non ha alcun legame con la natura del loro ruolo genitoriali, che resta identico a quello dei genitori delle altre famiglie”, raccomanda l’esperta.

Secondo la psichiatra il problema principale dei bambini delle famiglie omogenitoriali deriva dalla società, “sempre molto stigmatizzante”. “Affinché questi bambini si realizzino pienamente, i genitori devono innanzitutto far sentire loro che non sono fragili e che si assumono pienamente la responsabilità di tutte le loro scelte”, continua. Un simile riconoscimento da parte dei nonni è un vantaggio non indifferente per andare in questa direzione.

Il bambino in una famiglia monogenitoriale

In alcuni casi, la modalità di fondazione di una famiglia scelta è la monogenitorialità. “Alcune madri decidono di farsi inseminare o di adottare anche senza avere un partner”, spiega Catherine Jousselme. In altri casi, questa monogenitorialità dipende dalla morte o dalla detenzione in carcere di uno dei due genitori. La maggior parte delle volte, però, dipende dalla [content]separazione della coppia[/content], quando uno solo dei genitori ha la custodia esclusiva, molto spesso la madre. “A parte il primo caso, la monogenitorialità viene dunque subìta ed è difficile per il genitore, spesso faticosa”, riconosce la psichiatra.

Le madri singole

Sebbene si tratti di una decisione ponderata e presa con cognizione di causa, è importante che le madri che scelgono di avere un figlio da sole si assumano pienamente la responsabilità di questa scelta nei confronti del bambino. Per la psichiatra “ogni menzogna sarà una valigia ingombrante nel suo percorso di sviluppo”. Come nel caso delle famiglie omogenitoriali, più il bambino sentirà che sua madre è a suo agio con la situazione, più lo sarà anche lui e porrà presto domande su come è venuto al mondo.

Per quanto riguarda la sua costruzione psicologica e la sua identità sessuale, sarà “fondamentale valutare il posto simbolico che la madre accorda a un possibile padre tra le persone che lo circondano”. Se è inesistente, bisognerà che prenda coscienza delle inevitabili difficoltà che il bambino incontrerà nel suo processo di autonomizzazione, molto diverso in base al sesso di quest’ultimo. Frasi come “gli uomini sono inutili” o “gli uomini sono tutti cattivi” possono rivelarsi molto dannose nella costruzione dell’identità del bambino.

“Anche in questo caso una figura esterna maschile può avere un ruolo importante nella vita del bambino. Sebbene non abbia un vero e proprio ruolo di padre, può comunque supplire alla figura paterna”, ribadisce Catherine Jousselme. Attenzione quindi a individuare bene la persona verso cui il bambino si rivolgerà in questi casi e ad aiutarlo a sviluppare il miglior rapporto possibile con la sua “figura paterna”.

Vedovanza, reclusione e separazioni

Nel caso di vedovanza o di detenzione, la verità dovrà essere rivelata non appena il bambino sarà in grado di capire. Anche se la rivelazione può risultare difficile per l’altro genitore, che vive una situazione molto dolorosa. “Ma non ci deve essere menzogna”, sostiene la professoressa Jousselme. “Dire al bambino che suo padre è in viaggio, per esempio, sarà un peso ingombrante per lui, soprattutto durante l’adolescenza, quando sarà alla ricerca di figure in cui identificarsi”. Dovrà invece avere la possibilità di dire a se stesso che il genitore che gli manca non è una cattiva persona. Questo vale anche in caso di separazione. “È fondamentale restare il più obiettivi possibile riguardo alla natura del conflitto tra i genitori. Il bambino deve poter mantenere una possibilità d’identificazione rispetto all’altro suo genitore”, insiste la psichiatra infantile.

Parlare al proprio bambino di un’adozione, di una PMA con donatore e di una inseminazione artificiale intraconiugale (IAC)

La filiazione simbolica prevale sulla filiazione biologica nelle prime due situazioni. Per le adozioni o per le IAC, i genitori sono in qualche modo “alla pari”. Cosa che non avviene nel caso delle PMA con donatore in cui esiste una dissimmetria a causa della sterilità di uno dei due genitori. “La famiglia resta tuttavia normale: i genitori crescono i figli che hanno desiderato insieme”, tranquillizza la professoressa Jousselme. “Man mano che il bambino cresce, queste famiglie mettono in campo regole ereditate dalle storie dei due genitori. Quindi l’educazione non è scombussolata”.

I figli adottati o nati in seguito a una PMA con donatore dovranno poter porre domande sulla loro origine biologica. “I genitori devono sentirsi a proprio agio con questa scelta, o almeno lavorarci sopra”, raccomanda la psichiatra. “Il segreto assoluto sulle origini del bambino può essere un ostacolo al suo buon sviluppo e alle interazioni con i suoi genitori. Il tabù, per esempio, prova che il bambino testimonia il fatto che il genitore sterile ha difficoltà ad accettare la sua infertilità”, spiega.

Nel caso di un’adozione è molto importante proporre al bambino una storia che continua, a partire dalla sua nascita: foto, paese di origine... “Così non vi sarà un vero e proprio annuncio da fare, ma una rispiegazione regolare della realtà in ogni fase della crescita e in base alle domande che il bambino si sentirà autorizzato a rivolgere, se i genitori lo faranno sentire a proprio agio in proposito”, assicura la psichiatra. Queste domande saranno più o meno le stesse per i bambini nati da un’inseminazione artificiale intra-coniugale, solo che arriveranno più tardi (periodo edipico), quando avrà l’età per comprendere i meccanismi della procreazione.

I bambini all’interno delle famiglie ricomposte

Queste famiglie sono diventate talmente numerose che si tende a dimenticare che fanno parte anch’esse delle cosiddette “nuove genitorialità”. “Nelle famiglie ricomposte non vi sono rivelazioni vere e proprie da fare, ma è necessario ripartire e ricollocare i ruoli di tutti, genitori e parenti acquisiti“, riconosce la psichiatra infantile. Possono esserci comunque delle domande, soprattutto con le nuove regole da trovare nel caso di fratellanze miste. “Il lavoro di approccio deve allora essere prudente e rispettoso del passato di ciascuno”, suggerisce la professoressa Jousselme. “Genitori e genitori acquisiti devono prestare ascolto agli interrogativi, ai dubbi e alle paure di ognuno dei figli. Questi ultimi, infatti, possono essere traumatizzati da un riordino generale troppo brusco, che verrebbe a spezzare o a sminuire i loro valori”.

Ogni famiglia ricomposta è portata a mescolare le loro regole e a instaurare le basi di una nuova identità, di un nuovo gruppo in cui tutti i membri devono trovare pienamente il proprio posto. Queste microregole variano in base all’età dei figli e al loro posto tra fratelli e sorelle... Possono esistere tante forme diverse quante sono le famiglie.

Qualunque sia il modello familiare in cui cresce il bambino, quest’ultimo deve sentirsi sufficientemente a suo agio per rivolgere tutte le domande che vuole, su come è nato, sulla sua identità, su quella dei suoi genitori, sulla sua famiglia. Spesso questi interrogativi nasceranno spontanei, in base all’età e alla fiducia che ripone nei genitori. Tocca a loro trovare la forza e le parole per rispondervi, anche quando la situazione è complessa. Questa è la base fondante per assicurare un corretto sviluppo del bambino. Se le domande tardano ad arrivare, vuol dire che sono fonte di stress o di angoscia e un aiuto esterno può rivelarsi utile, o attraverso il medico di famiglia o tramite uno specialista.

 

Violaine Badie

 

Fonti:

  1. Interviste di Bichat, 26 settembre 2013, Palais des Congrès de Paris
  2. Intervista alla professoressa Jousselme, 26 settembre 2013
  3. Sito internet dell’Association des familles homoparentales
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14/08/2014
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