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Mamme che uccidono: la sindrome di Medea

Protagonista di una tragedia greca, Medea dopo essere stata ripudiata dal marito Giasone uccide per vendetta prima l’ex-marito e la sua nuova sposa, e poi i suoi stessi figli per sterminare la discendenza di Giasone. In psicologia la sindrome di Medea sta proprio a indicare una madre che uccide la sua stessa prole. Come scatta il raptus omicida? Ci sono sintomi che possono far presagire la tragedia? Doctissimo ha intervistato la dottoressa Antonietta Bruzzese, specializzata in Psicologia dell’età Evolutiva, che ci aiuta a far luce sulla sindrome di Medea.

La sindrome di Medea
© Getty Images

Come può una madre uccidere il proprio il figlio?

I fatti di cronaca che coinvolgono i minori sono sempre oggetto di molta attenzione da parte della società, per via dell'orrore che suscitano. Quando ad uccidere sono le madri l'orrore si amplifica e le domande si moltiplicano; non si riesce a comprendere come colei che, per natura da la vita, possa toglierla.

Proprio questa idea di donna/madre sempre amorevole e accudente può trarre in inganno, in realtà le morti per mano di una madre sono più numerose di quel che si pensa, talvolta sono provocate in modo lento, talvolta in modo "accidentale"; in altri casi non si arriva all'uccisione, ma i figli, concepiti come estensione della propria persona, possono essere strumentalizzati e diventare oggetto su cui riversare la propria frustrazione e aggressività.

Chiaramente ci troviamo di fronte ad un disagio grave, caratterizzato, secondo la teoria più corrente, da possessività e gelosia patologica, spesso trascurata e con radici profonde e lontane. E' difficile dire, in assoluto, cosa scatta. Nella celebre tragedia greca il fattore scatenante è la gelosia che si trasforma in vendetta, la più terribile, nei confronti dell'uomo che tradisce e abbandona. Naturalmente non tutti gli abbandoni portano una donna a reazioni tanto patologiche; infatti, quando parliamo di fattore scatenante intendiamo dire che alla base abbiamo già una personalità borderline, con grosse difficoltà di gestione dell'emotività o una grave depressione, che emergono con l'abbandono.

Psicologi e criminologi riferiscono come, proprio nel momento dell'uccisione, la donna, che si autoproclama giudice di vita e di morte, raggiunga il culmine del suo delirio di onnipotenza, caratteristico delle crisi psicotiche. Oltre al bisogno di possesso c'è, infatti, anche la necessità di riconquistare una parte di se stessa persa attraverso l'acquisizione del ruolo di madre.

Quali sono le motivazioni?

Le motivazioni che conducono una madre ad uccidere i propri figli sono molteplici. Secondo Nivoli, uno dei maggiori esperti in Italia, oltre al vero e proprio complesso di Medea, in cui si attua la vendetta nei confronti del compagno, ci possono essere ragioni legate a violenze subite in famiglia, magari dalla propria madre; oppure legate a vicissitudini personali di tossicodipendenza.

Non vanno trascurate poi quelle situazioni in cui il figlio non era desiderato e la gravidanza è legata a ricordi traumatici, per esempio ad un atto di violenza; per alcune donne ci può essere persino la negazione della gravidanza stessa. Ci sono quei casi in cui addirittura la madre è mossa da senso di pietà nei confronti del figlio, magari per una situazione difficile e, attraverso un gesto così estremo, pensa di salvarlo. Ci sono, infine, ma non per importanza e drammaticità, quei casi in cui i figli vengono maltrattati nel modo di prendersi cura, non sono rari i casi di: discuria, cioè cure non adeguate; incuria, di una madre passiva che non si occupa del bambino; ipercura.

La sindrome di Münchhausen per procura, un vero e proprio abuso, è un disturbo psichiatrico in cui si arriva ad inventare sintomi nel bambino che viene continuamente ospedalizzato e fatto oggetto di visite, cure mediche e interventi non necessari, che possono danneggiare seriamente e condurre persino alla morte.

Esistono fattori di rischio o situazioni in cui è più probabile si manifesti la sindrome di Medea?

Un primo fattore di rischio potrebbe essere l'aver subito perdite e abbandoni o, anche, vivere situazioni problematiche, di tipo economico o di degrado sociale che, di per sé, non costituiscono una concausa, ma che portano ad emarginazione e vissuti emotivi di solitudine. Teniamo inoltre ben presente che madre non si nasce, ma si diventa.

Non è sempre semplice rivestire quel ruolo su cui l'intera società nutre così forti aspettative. Una donna potrebbe non sempre sentirsi adeguata e sufficientemente efficace; inoltre non tutte le donne hanno avuto un modello positivo a cui riferirsi. Un fattore di rischio può diventare allora, proprio l'isolamento della donna e del proprio figlio, non inserita in una rete sociale di riferimento.

Proprio per questo i casi di depressione post partum e di depressione maggiore andrebbero sempre osservati sotto la giusta prospettiva, in questi casi, ad esempio, la donna potrebbe manifestare un accudimento di tipo meccanico, rispondere ai bisogni più pratici, come il cambio o la poppata, ma non ai bisogni emotivi ed alle richieste di accudimento del bambino.

Quali sono i tratti caratteristici di una madre Medea?

Difficile definire un identikit, per così dire. Molte di queste donne fino al giorno prima hanno condotto una vita più o meno normale. Teniamo presente, però, che chiunque, lasciato in preda alla solitudine ed alla disperazione, può perdere il contatto con la realtà e, se carente di buone risorse e capacità di resilienza, arrivare ad atti estremi, pericolosi per sé e per chi lo circonda.

Come evitare la tragedia?

Sicuramente la miglior strategia è la prevenzione, che dovrebbe già partire dal momento in cui la famiglia si costituisce. I futuri genitori andrebbero presi in carico in tutto il percorso, preparati all'evento della nascita, ma anche dopo il parto, quando le aspettative rispetto al nascituro ed alla genitorialità vengono puntualmente disattese.

In tal senso i consultori possono fare tanto. Andrebbero monitorate soprattutto quelle situazioni di maggiori difficoltà, come i casi in cui il bambino manifesti problematiche o disabilità, queste situazioni, come sappiamo, mettono a dura prova la coppia, che spesso, concentrandosi sul problema, dimentica di esistere e supportarsi a vicenda.


Un altro ambito in cui effettuare interventi preventivi è quello giuridico, nei casi di separazione molto spesso i genitori vengono abbandonati a se stessi. Le scuole sono certamente un altro luogo d'intervento; laddove, infatti, la scuola riesce a stabilire contatti con le famiglie, a renderle partecipi, è più facile individuare situazioni familiari a rischio, chiaramente non solo di omicidio, ma più in generale di abuso o incuria, per attivare i servizi sociali.

Infine, e più in generale, sarebbe molto utile lavorare, a livello culturale, sulla capacità di chiedere aiuto. Siamo troppo spesso ancora abituati a nascondere la malattia e tutto ciò che non va ... Figuriamoci se il disagio è legato ad un dubbio sulle proprie capacità genitoriali o a pensieri di morte nei confronti del proprio figlio. E

È invece importante far passare il messaggio che tutti possono attraversare momenti difficili e chiedere aiuto ad un professionista o ad un consultorio di zona, che dia delle indicazioni, è un proprio diritto.

Perché spesso la donna non ricorda ciò che ha fatto?

Ognuno di noi può accogliere a livello cosciente solo ciò che ritiene accettabile, ecco perché in questi casi può entrare in gioco quel meccanismo di difesa detto di rimozione; il ricordo dell'evento viene tenuto fuori dalla propria coscienza, ciò consente di vivere una vita affettiva pressoché normale e senza conflitti personali.

Il ricordo del delitto potrebbe portare la donna ad un senso di colpa decisamente ingestibile, e quindi la donna deve nasconderlo persino a se stessa. Tant'è vero che, in alcuni casi, subentra un ulteriore meccanismo di difesa che è quello della sublimazione, attraverso la nascita di un "nuovo" bambino che vada a "sostituire" quello che non c'è più.

Giuditta Danzi

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03/07/2014

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