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Nuove speranze con la psicochirurgia

In questi ultimi tempi, viene consigliata una tecnica per il trattamento dei disturbi psichiatrici: la psicochirurgia. Basata sulla stimolazione elettrica, sembra permettere di curare problemi come i disturbi ossessivo-compulsivi. Scopriamo insieme come…

La psicochirurgia
© Jupiter

Il 5 giugno 2002, il Comitato Consultivo Nazionale di Etica francese (CCNE) ha formulato un parere positivo sull'utilizzo di nuovi ritrovati nell'ambito della psicochirurgia.

Hai detto psicochirurgia?

Per psicochirurgia si intendono tutti gli atti medici a livello cerebrale che permettono di modificare un comportamento. Pessima la reputazione che la stampa le ha attribuito: quando si parla di psicochirurgia si pensa immediatamente alla lobotomia, che consiste nell'asportazione vera e propria di una parte del cervello. Questa tecnica, molto impiegata negli anni '40 e '50 è stata aspramente criticata e praticamente abbandonata dopo la commercializzazione di diversi farmaci come i neurolettici.
Rimangono, tuttavia, alcuni problemi psichiatrici refrattari a qualunque tipo di trattamento. Per questa ragione, esistono tecniche di neurochirurgia, che permettono una distruzione assai limitata di gruppi di neuroni (capsulotomia anteriore, cingulotomia, tractotomia…) che danno spesso buoni risultati. Ma attenzione, si tratta di tecniche irreversibili.

Un pace-maker per il cervello!

Da alcuni anni, ha fatto la sua comparsa una nuova tecnica: la neurostimolazione cerebrale. Consiste nell'inserimento di elettrodi di dimensioni molto ridotte nei raggruppamenti neuronali che intervengono in un controllo particolare, che ci si auspica di modificare. Questi elettrodi permettono di produrre una stimolazione elettrica di queste strutture, che modifica il loro funzionamento e favorisce il miglioramento dei disturbi. Ovviamente, il paziente non avverte affatto queste stimolazioni. Una volta posizionati, gli elettrodi non sono visibili. Sono collegati allo stimolatore per il tramite di un filo conduttore sistemato a livello sottocutaneo. Si tratta di una sorta di pace-maker cardiaco.

Un procedimento reversibile

La neurostimolazione presenta diversi vantaggi. Può essere erogata attraverso dispositivi medici interni o esterni. Quando viene erogata attraverso un dispositivo esterno, è detta TENS (stimolazione elettrica transcutanea del nervo). Questo consente
di modificare in qualunque momento le stimolazioni, agendo direttamente sul dispositivo medico esterno, senza ulteriore intervento. La necessità di controlli regolari permette un follow-up costante del paziente. Inoltre, e in particolare, si tratta di una tecnica reversibile: non si asporta alcuna struttura cerebrale. Infine, è possibile cessare temporaneamente il trattamento, interrompendo la stimolazione, anche togliendo definitivamente gli elettrodi.

Per quali disturbi è indicata?

Le tecniche di neurostimolazione sono già utilizzate nella malattia di Parkinson, in particolare, per ridurre i tremori tipici con cui si manifesta. Per quanto concerne i disturbi psicologici, il CCNE (Comitato Consultivo Nazionale di Etica francese), dopo avere raccolto il parere di diversi esperti, considera come campo di applicazione fondamentale della neurostimolazione i disturbi ossessivo-compulsivi (DOC). Ed è proprio in favore di questo tipo di problemi che la psicochirurgia pare offrire i risultati migliori. Il CCNE cita altre possibili applicazioni (depressioni gravi resistenti al trattamento, psicosi schizofreniche refrattarie al trattamento, ecc.) ma, in assenza di studi complementari, esprime nel frattempo alcune riserve. In ogni caso, il Comitato sottolinea la necessità di definire un inquadramento molto severo di queste pratiche.
Qualsiasi richiesta di trattamento deve essere vagliata da un comitato di controllo opportunamente predisposto. Inoltre, resta fondamentale il consenso al trattamento da parte del paziente. Si tratta, dunque, di una delle maggiori problematiche che investe i diversi problemi psichiatrici.
Alain Sousa

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04/05/2010
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