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La fragilità è un pregio

La fragilità non gode di buona fama. Tuttavia, si rivela una chiave relazionale importante di fronte ad alcune prove della vita. Accettarla significa prendere coscienza dei propri limiti così come delle proprie risorse. Facciamo chiarezza con la psicanalista Marie Balmary.

La fragilità è un pregio
© Getty Images

Dalla sensazione di stretta al cuore dopo una lite accesa con una cara amica, alla mancanza di voce prima di una riunione importante o, ancora, la sensazione di cedimento in seguito a un lutto, le nostre fragilità assumono diverse forme. Spesso le temiamo, tanto più che la nostra società lascia loro poco spazio, anche se le fragilità sono necessarie. Questo stato ci permette di entrare in contatto con i nostri sentimenti e di entrarvi in relazione. E se ci fossimo scordati di essere giganti dai piedi di argilla?

La fragilità, all'origine della nostra vita

L'arrivo di un bébé rimette presto le cose a posto. In realtà, siamo fragili fin dalla nostra nascita e lo siamo molto più a lungo di qualsiasi altro essere vivente. "Dobbiamo ricevere moltissime cure perché in questa primissima fase di vita riusciamo solo a vivere e a svilupparci", rammenta la psicanalista Marie Balmary. Infatti, siamo gli animali più vulnerabili, caratteristica che il progresso della scienza e delle tecnologie pretende di annullare. A livello inconscio, diventare adulti consiste essenzialmente nell'abbandono di questo stato. Tuttavia, chiunque siamo diventati, capo di stato o panettiere, della nostra lunga condizione di dipendenza conserviamo una certa fragilità, una condizione di vulnerabilità.

La fragilità: una chiave relazionale

"È proprio dalla fragilità che deriva la nostra attitudine alla relazione", precisa Marie Balmary. Se non fossimo fragili, non svilupperemmo la capacità di "fare insieme". L'intera costruzione della società umana si fonda, in effetti, su questa propensione di dire all'altra persona "aiutami, fallo insieme a me, ti aiuto, tu mi insegni". In questo caso, mostrarci vulnerabili è positivo. "Per pensarsi insieme, è necessario cominciare a confessare una mancanza e a riconoscersi non autosufficienti", aggiunge Elena Lasida, dottore in Scienze economiche e sociali. E questo in diversi ambiti, sia in amore come nel lavoro.

 

Al contrario, credere e vivere come se potessimo contare solo su noi stessi comporta relazioni fondate sulla lotta di potere, la competizione e la performance. Ciononostante, basta che si verifichi una catastrofe naturale per mettere a nudo la nostra grande vulnerabilità e perché riesca a farsi strada il senso di solidarietà. "Non appena affiora il ricordo della nostra mortalità, trattiamo noi stessi con maggiore attenzione", chiarisce la psichiatra.

 

D'altronde, la qualità delle nostre relazioni punta al riconoscimento delle nostre differenze, come altrettante zone di fragilità. "Quando non sappiamo chi è l'altro, che si tratti di un uomo o di una donna o di un malese in sciopero se siamo dirigenti d'azienda, il solo mezzo per entrare in contatto è accettare questa zona di fragilità e di ignoto per ascoltare", assicura la psichiatra. A parere di Elena Lasida, "la fragilità diventa allora un passaporto verso un vero lavoro collettivo", tanto sul piano emotivo che sociale.

Mostrarsi fragili si impara…

Sin dall'infanzia, ci è vietato all'accesso alla fragilità: che si tratti di quando cadiamo, della separazione da un genitore o della perdita di un animale domestico, spesso ci vengono negati i sentimenti di fragilità che proviamo di fronte a queste situazioni. Per riappropriarci della nostra vulnerabilità è necessario saperla nuovamente riconoscere. Una volta divenuti adulti, dobbiamo imparare di nuovo a sentirci più deboli, ovvero meno forti in caso di rottura sentimentale, di un lutto o di una malattia, qualora si conclami. Negare l'impatto di alcuni avvenimenti può indebolirci pesantemente, mentre condividerli contribuisce a creare un legame, ovvero a stimolare l'altro a sostenerci e, quindi, ad aiutarci a recuperare le nostre forze…

 

Oggi è un atteggiamento sempre più diffuso far leva sulle conoscenze acquisite a scuola o all'università per proteggerci da qualsiasi sentimento possa renderci più fragili. È sufficiente, quindi, fare esperienza della nostra verità per renderci conto che, alla fine, siamo tutti sulla stessa barca, indipendentemente dal nostro status sociale… Confessarla, potrebbe risparmiarci molte tensioni.

La depressione: attenzione, fragile!

Una delle grandi manifestazioni di fragilità non riconosciuta è forse la depressione. I medici, così come il nostro entourage, si adoperano ad annullarla, anche se richiederebbe di essere presa in considerazione. "La volontà di guarire la depressione, anziché accompagnarla, impedisce che la malattia si verifichi", avverte la psichiatra. Quest'ultima rammenta che una grande fragilità si manifesta in ogni fase di cambiamento radicale di un individuo, come le mute per gli animali. A tale proposito, la depressione può anche essere interpretata come un avvertimento, quello di un essere fragile che chiede di rientrare in un'altra dimensione, quella della relazione, della parola e dell'alleanza e di essere riconosciuto per quello che è e non per quello che dovrebbe essere.

 

Ed è proprio là che si annida il problema. Accettare la nostra fragilità e parlarne prima che non ci sommerga implica anche il rifiuto di aderire a una società che intende mostrare solo il volto della salute, della giovinezza e del successo. Forse, una delle cose più difficili da realizzare! Tuttavia, sottolinea la psichiatra: "Abbiamo forse altre possibilità se non accettare la nostra condizione umana?".

 

Catherine Maillard

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26/10/2010

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