Home  
  
  
    Emozioni, gesti e parole
Cerca

Emozioni
 
Il tuo nome :
La tua mail * :
Nome del destinatario :
E-mail del destinatario * :
Messaggio :
*campo obbligatorio
Messaggio inviato

Emozioni, gesti e parole

No, non siamo solo noi italiani a parlare con le mani: tutti accompagnano il gesto alla parola per esprimerci. Ma a cosa servono i gesti? Aggiungono informazioni al discorso oppure servono solo per supportarlo? Facciamo il punto con Marion Tellier, ricercatrice presso il Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1.

Emozioni, gesti e parole
© Getty Images

Di ritorno da un week-end di pesca, non puoi fare a meno di vantarti davanti ai tuoi amici dicendo di aver pescato un pesce "grande così", mimando con le mani la grandezza del malcapitato animale. Un po' impacciata con le lingue straniere, ricorri sistematicamente all'utilizzo dei gesti per cercare di farti capire. Anche al telefono utilizziamo questa forma di "punteggiatura" manuale. Tutti i gesti che accompagnano la parola vengono definiti "coverbali" o “paraverbali”. Tendiamo a farli senza pensarci, a non attribuirvi particolare importanza, mentre la loro funzione è molto più ampia di quanto possa sembrare.

Il gesto e la parola appartengono a uno stesso linguaggio

"Si parla di gesti coverbali perché accompagnano la parola", spiega Marion Tellier, ricercatrice presso il Laboratoire Parole et Langage di Aix-en-Provence1. "Ogni gesto rappresenta una creazione individuale, prodotto spontaneamente e, nella maggior parte dei casi, in modo inconsapevole". Secondo la teoria di Mac Neill2, il gesto e la parola fanno parte di un sistema cognitivo unico e identico. Il sistema rappresenta quindi i due aspetti fondamentali del pensiero: l'immagine e il verbale, assicurando in questo modo una certa coerenza semantica. Ad esempio, quando diciamo di aver "pescato un pesce grande così", il gesto utilizzato per illustrare la grandezza del pesce, in genere, è coerente con la dimensione reale dell'animale.

Peraltro, esiste un'effettiva sincronia tra il gesto e la parola: il gesto fa la sua comparsa sulla parola chiave su cui desidera porre l'accento il locutore. "Ad esempio, abbiamo analizzato un discorso di Nicolas Sarkozy riguardante le future riforme universitarie (discorso risalente al gennaio 2009 in occasione degli auguri di inizio anno al mondo della ricerca e dell'insegnamento universitario)", osserva la ricercatrice. "Abbiamo potuto constatare che il Presidente utilizzava sistematicamente lo stesso tipo di gesto per un dato argomento: quando si riferiva al passato, all'immobilismo e al conservatorismo, i gesti erano diretti a sinistra. Per indicare il presente, i gesti erano orientati in avanti, mentre per il futuro a destra. Non sappiamo se questo atteggiamento fosse consapevole o meno, tuttavia ciascuno di questi gesti era coerente con il suo discorso".

Difficile parlare senza gesticolare

Ma perché produciamo questi gesti? È forse per trasmettere un messaggio inconscio che non verrebbe recepito correttamente a voce? O è semplicemente un modo naturale di esprimersi, privo di qualsiasi finalità specifica? "I gesti coverbali servono per aiutare il nostro interlocutore ad afferrare meglio il senso del nostro discorso", puntualizza Marion Tellier.

Tuttavia, potremmo chiederci perché anche al telefono, quando non abbiamo alcuna persona davanti a noi, utilizziamo comunque dei gesti. E aggiunge: "Abbiamo constatato che persino i non vedenti gesticolavano quando parlano!".

In realtà, i gesti servono a strutturare il discorso, a inserire riferimenti spaziali e, soprattutto, la gestualità aiuta a trovare le parole e a "sgravare" in parte il cervello. Prova a parlare a lungo senza aiutarti con le mani: vedrai che non è uno scherzo! Infatti, le mani dicono quello che la bocca non è in grado o non può esprimere.

Usare i gesti per farsi capire

Il tipo di gestualità utilizzata dipende, naturalmente, dall'argomento di conversazione. "Se si chiedono indicazioni stradali, si tenderà a fare gesti denominati deittici, ovvero gesti di puntamento", spiega la ricercatrice. "Ma, in generale, tendiamo a utilizzare diversi gesti iconici (ovvero gesti che illustrano un concetto concreto, molto simile al mimo. Ad esempio, mimiamo l'arrampicata per illustrare il verbo arrampicare) e gesti metaforici (ovvero gesti che illustrano concetti astratti, ad esempio la comunità)".

Marion Tellier e Gale Stam si occupano anche dei gesti degli insegnanti di francese come lingua straniera per cercare di sapere in che modo adattano la gestualità in funzione dei loro interlocutori. Nel suo lavoro di ricerca, l'équipe di Marion Tellier ha condotto un esperimento in cui i soggetti dovevano far indovinare 12 parole a una persona di madrelingua francese e a una di lingua straniera. Secondo quanto emerso dai risultati, pare, in modo piuttosto logico, che quando si parla con uno straniero si tende a produrre gesti che durano più a lungo, più illustrativi e più ampi di quando ci si rivolge a una persona che parla la nostra stessa lingua.

Anche il modo di parlare è diverso: l'eloquio è più lento, l'accentuazione più pronunciata, le pause più frequenti e le intonazioni molto marcate. Tuttavia, questa dizione particolare, unita a una gestualità pronunciata, può essere utile agli insegnanti di francese come lingua straniera nell'insegnamento stesso della lingua (ma non risulta necessariamente efficace se ti sforzi di applicarla durante le vacanze in India…). "I gesti che utilizziamo poggiano naturalmente sulla prosodia (eloquio, intonazione, ritmo)", conferma Marion Tellier. "Per quanto riguarda gli insegnanti di lingua, è assodato che i gesti li aiutano molto a farsi capire e, soprattutto, sanno adattarli in funzione del pubblico a cui si rivolgono".

Nella vita di tutti i giorni, i gesti entrano in modo naturale nel discorso per attribuirgli maggior senso. In alcuni casi, i gesti sembrano addirittura il modo migliore per farsi capire. Chi non si è mai trovato a mimare, nella maggior parte dei casi in modo ridicolo, il gesto di bere o di mangiare per far capire allo straniero di avere sete o fame? Senza parlare poi del gesto che mima l'accendino per il fumatore…

Usare i gesti per imparare meglio

Un'altra funzione affatto trascurabile del gesto coverbale è l'aiuto alla memorizzazione. Infatti, associare un gesto a una parola aiuta a memorizzarla meglio. In particolare nei bambini che non hanno accesso alla lingua scritta: "il fatto di "vedere" una parola nel momento stesso in cui viene pronunciata li aiuta a ricordare", spiega la ricercatrice. "Semplicemente perché il gesto è una traccia aggiuntiva nella memoria associata alla parola. E per loro, compiere il gesto in questione diventa un mezzo mnemotecnico per ricordare la parola. Infatti, quando si vuole memorizzare, occorre codificare la parola in diversi modi. E più esistono tracce diverse nel cervello (parola scritta, parola ascoltata, parola associata a un gesto), più la memorizzazione sarà semplice".

Gli italiani non gesticolano più degli altri!

Ma i gesti sono utilizzati da tutti nello stesso modo? Ad esempio, si sente dire spesso che gli italiani parlano molto con le mani. "Non è proprio così che stanno le cose!", smorza i toni Marion Tellier. "Da quanto ne sappiamo gli italiani non gesticolano più di quanto non faccia un danese o un giapponese. Fanno invece gesti più ampi, utilizzano più spazio. Usano uno spazio gestuale più grande".

Peraltro, i gesti coverbali sono spesso molto simili da un paese all'altro, totalmente indipendenti dalla lingua e dalla cultura. In francese, in cinese o in spagnolo si utilizzerà quindi lo stesso gesto per descrivere i verbi bere, mangiare, ecc.

Invece, ciò che può differenziarsi da una cultura all'altra sono i gesti emblematici associati a un'espressione idiomatica. Ad esempio, in Francia diverse espressioni si associano a gesti che bastano da soli a comunicarne il contenuto: "stai all'occhio", "che barba", "ubriaco marcio" (con il pollice che ruota intorno al naso). Qualsiasi francese è in grado di cogliere il significato dell'espressione attraverso il semplice gesto. Ma non uno straniero che non dispone degli stessi riferimenti culturali per capirlo.

Addirittura qualche volta uno stesso gesto può significare due cose completamente diverse da un paese all'altro. Ad esempio, in Gran Bretagna la V di vittoria con il palmo della mano girato verso di sé equivale a fare il dito medio. Inutile dire che questa differenza culturale può generare malintesi più o meno gravi…

Yamina Saïdj, 9 giugno 2011

1 - Marion Tellier si occupa di gestualità, gesti pedagogici, insegnamento precoce delle lingue e della formazione dei formatori all'interno dell'équipe "Co-construction du sens: Intégration, Interface, Interaction" del Laboratoire Parole et Langage. Questo laboratorio unico in Europa riunisce circa 150 ricercatori, ingegneri e dottorandi in diverse discipline: linguistica, neuroscienze, psicologia, medicina, sociologia, informatica… L'obiettivo consiste nel creare strutture di lavoro che favoriscano gli scambi interdisciplinari. In sostanza, si tratta di mettere in relazione il lavoro sugli approcci sperimentali al lavoro condotto sul campo. Le applicazioni sono assai numerose e comprendono, in particolare, i disturbi del linguaggio legati alle malattie neurologiche, all'acquisizione del linguaggio nei bambini e all'apprendimento di nuove lingue.
2 - McNeill (1992). Hand and mind: what gestures reveal about thought. The University of Chicago Press

Commenta
24/08/2011

Per saperne di più:


Newsletter

Forum Psicologia

Test consigliato

Momento di malinconia o depressione?

Test psicologia

Momento di malinconia o depressione?