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Come accettare una sconfitta

Grandi e piccini, sono in tanti a non saper perdere. Ma perchè accettare di perdere è così difficile per alcuni? Facciamo il punto con Sophie Jacob, psicologa ed educatrice al FM2J [Centro Nazionale del gioco e dei giocattoli (NdT)].

Accetti le sconfitte?
© Getty Images

Ad ogni partita, sempre la solita storia: se perde, Luca ha una crisi di nervi, butta per terra? tutti gli oggetti che trova a portata di mano, urla e tiene il broncio. Un momento delicato da gestire per lui, ma soprattutto per chi è nei paraggi. Per un bambino, perdere è spesso un’esperienza difficile. “A qualsiasi età, la sconfitta è sempre un’amara delusione, ma ci sono età in cui perdere può essere più difficile rispetto ad altre” sottolinea Sophie Jacob. Il bambino, prima dei 5 anni, non è abbastanza forte per accettare la sconfitta. L’idea di perdere non è nemmeno contemplata. A partire dai 6-7 anni, socializzando, potrebbe aver voglia di misurarsi con i coetanei. “La competizione gli permette di conoscersi e di accettare che non può essere imbattibile in qualsiasi ambito: è impossibile essere al tempo stesso un genio della matematica, pratico nei lavori manuali e un ottimo nuotatore” aggiunge la psicologa.

Non sanno perdere...ma non sono tutti uguali!

Ovviamente per un bambino perdere può apparire complicato, ma è tuttavia difficile capire la reazione dei tanti adulti che non accettano la sconfitta. “Tutto dipende da quanto si è investito nel gioco, da quanto si è coinvolti”, spiega la psicologa. Giulia, trent’anni, ammette di non saper perdere. “Sono sempre stata così.  A cinque anni, ricordo di aver scaravoltato il tavolo, gettando tutto all’aria perchè non avevo fatto tombola”. Adesso, adoro giocare a Cluedo. Quando perdo, faccio fatica a controllarmi. Non reagisco più con esplosioni di rabbia come quando ero piccola, ma zitta zitta tengo il broncio per tutta la sera”;

Il fatto di non saper perdere, non si limita all’ambito del gioco, diventa un modo di pensare applicabile a qualsiasi contesto, a qualsiasi ambiente sociale. Giulia si racconta “anche quando gioco da sola, se perdo mi spazientisco subito. Sono totalmente coinvolta dal gioco. Perdere significa finire con l’amaro in bocca, mentre quando vinco, sono euforica!”. Sophie Jacob ci ricorda che esistono donne che sanno accettare la sconfitta con le amiche, ma che di fronte al compagno danno di matto!

Tutto dipende da che cosa ti spinge al gioco

Ma perchè alcune persone accettano di perdere più facilmente di altre? Questo atteggiamento è legato ad un aspetto della propria personalità? Corrisponde ad una particolare rappresentazione del mondo e della vita? In realtà, ogni giocatore è un mondo a se, ognuno gioca diversamente. Alcuni giocatori adulti privilegiano i momenti di relax, di socialità, di divertimento associato al gioco, mentre altri si preoccupano esclusivamente dell’esito della competizione, della soddisfazione che la vittoria porta con sè. “Quattro giocatori allo stesso tavolo, hanno 4 motivazioni diverse che li spingono al gioco!”.

Il gioco rappresenta un momento di condivisione, di convivialità particolare. Ma per alcuni, il gioco, è anche uno stato d’animo. “Non esiste un profilo unico per identificare questo tipo di personalità, ma, in generale, spesso si tratta spesso di persone che investono molta energia in ciò che fanno e che si fanno coinvolgere al massimo dalla situazione” ricorda Sophie Jacob. Così, per l’esperta, questo atteggiamento può facilmente applicarsi a qualsiasi ambito della vita quotidiana. Sfide e scommesse spezzano la monotonia della giornata. “Contare il numero di persone che indossano infradito all’areoporto, scommettere sul prossimo derby , indovinare la vincitrice di Miss Italia, tutti questi semplici momenti mettono un po’ di pepe alla giornata!” racconta.

Come comportarsi di fronte a chi non sa perdere?

Di fronte ad un bambino che ha appena perso al gioco: rispetta la sua delusione. Parole come: “Non prendertela, era solo un gioco, non ha importanza” non aiutano. “Il bambino ha investito energie e tempo nel gioco. Questo genere di frasi non fanno che svalutare il suo impegno. Ricorda che per un bambino, gioco e autostima sono strettamente legati” spiega la psicologa.

Dopo la sconfitta, inutile reagire! La delusione del piccolo non farà che crescere. “Non serve a nulla rincarare la dose, o fargli la paternale. Piuttosto, la prossima volta, prova con “Non ho più voglia di giocare con te, l’ultima volta hai preso il gioco troppo seriamente”. Se è facile comprendere la delusione del bambino di fronte alla sconfitta, non è invece accettabile sopportare le sue crisi di rabbia o altre esternazioni esagerate. Stessa cosa con gli adulti: ci si può semplicemente rifiutare di giocare con loro se l’ultima volta è davvero finita male.

Allora, a quando la prossima partita?

Nathalie Ferron

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14/06/2012

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