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Psicologia: la personalità dello sportivo

Cos’è che motiva questi sportivi a perseverare, a rialzarsi dopo le inevitabili cadute, a non demordere per anni e anni pur di raggiungere i propri obiettivi? Hubert Ripoll, psicologo dello sport, ha lavorato con campioni nazionali e internazionali. In occasione del seminario “Sport et Résilience” (“Sport e Resilienza”) organizzato dal gruppo Eurosport, ha indagato cosa c’è all’origine delle motivazioni che permettono agli sportivi di raggiungere i livelli più alti.

Sport e personalità
© Getty Images

Anche se la maggior parte degli sportivi si accontenta di praticare un’attività come passatempo che al massimo consenta loro di finire sul podio delle competizioni locali, altri decidono di diventare i migliori. Si costringono a duri allenamenti, senza farsi condizionare dalle condizioni atmosferiche o da come si sentono, controllano l’alimentazione, rifiutano di uscire, mettono tutte le loro energie al servizio dell’attività che praticano.

La psicologia della personalità nello sport

Quella che sembra essere la motivazione più sana è quella rivolta verso di sé. Hubert Ripoll la definisce “intrinseca”. Gli sportivi, che migliorano grazie a essa, hanno scelto il loro sport per il piacere che questo procura loro, per le sensazioni che provano e perché in questo modo riescono a esprimere determinate qualità (resistenza, velocità, agilità...). Più della posizione in classifica, è il punteggio, il tempo, il fatto di riuscire a eseguire una particolare impresa tecnica a soddisfarli. Più che contro gli avversari, si battono contro se stessi, per superarsi.

Il fantino Éric Navet, campione francese di equitazione, spiega che non avrebbe mai avuto una carriera così lunga (quasi 40 anni!) se non avesse avuto la passione per i cavalli e il piacere di farli progredire2: “Ho sempre cercato di migliorare il mio metodo, il mio lavoro con i cavalli, in modo da avvicinarmi sempre di più alla perfezione. È questo che mi motiva, al di là del risultato. A volte vinco ma non sono soddisfatto perché non mi piace il modo in cui è successo. A volte, non vinco ma sono soddisfatto perché posso far migliorare il mio cavallo.”

Hubert Ripoll osserva che gli sportivi che funzionano così sono in genere più protetti dallo stress e meno soggetti allo sconforto: “Essi analizzano i loro fallimenti in modo razionale. Tuttavia, per raggiungere i massimi livelli, devono sviluppare anche il desiderio di battere gli altri.”

In certi campioni, il piacere legato allo sport può essere ambivalente, costituito in parte dalla sofferenza. In effetti, attraverso le sensazioni fisiche e psicologiche che procura, l’attività fisica permette anche di sentirsi vivi, di smaltire un surplus di energia, persino di rabbia contro se stessi. Essere costantemente in azione, fisicamente esausti, permette di sfuggire ai propri problemi, evitando di pensarci. In queste condizioni, lo sportivo rischia di sviluppare una dipendenza, fonte di fatica cronica e di ferite che rischiano di abbreviare la sua carriera.

I risultati (anche psicologici) nello sport

La seconda fonte di motivazione importante è la motivazione “estrinseca”. Lo sport in sé non è più così rilevante, quello che conta è vincere coppe e medaglie, apparire sulla stampa per suscitare ammirazione e veder riconosciuto il proprio valore da parte di un genitore, dei suoi pari, del popolo. Una volta raggiunti i livelli più alti, le vittorie permettono di progredire anche a livello sociale grazie ai premi in denaro e agli incontri con personalità sempre più altolocate.

“La motivazione estrinseca nasce spesso da un ego ferito durante l’infanzia”, osserva Hubert Ripoll. “Da bambini, questi sportivi si sono forse sentiti poco amati, poco integrati a scuola o nel loro ambiente sociale. Sono stati presi in giro a causa del loro carattere o per certe caratteristiche fisiche. Le loro vittorie sono anche rivincite che servono a riparare le ferite psicologiche: da qui una forte motivazione che consente loro di raggiungere i massimi livelli. Questi campioni fanno di tutto per essere i migliori. Tuttavia, sono anche più fragili, più predisposti allo stress. Per durare devono imparare a relativizzare i fallimenti e a trovare altre fonti di motivazione”.

Christophe Lemaître, velocista francese, specialista dei 100 e 200 m, spiega come il successo lo abbia aiutato a farsi rispettare e a sentirsi più sicuro di sé3: “Alle scuole medie c’erano sempre ragazzi che mi prendevano in giro e mi umiliavano. Ora, quando li incontro, mi parlano come se fossimo grandi amici. […] Le cose sono cambiate quando sono arrivato a livelli alti, quando mi hanno visto in televisione”.

È interessante notare che, invece, alcuni sportivi si sentono a disagio quando sono sotto i riflettori, perché dubitano di se stessi. Pensano di non meritare quelle vittorie e hanno l’infelice tendenza a provocare il fallimento. “Essere vincenti è una cosa che si coltiva […] Chi ha dei complessi, si penalizza. Il suo primo avversario è se stesso”, osserva il ciclista Laurent Jalabert4.

Sport e psicologia: cattersi per una giusta causa

Molti sportivi utilizzano la loro popolarità per difendere le loro convinzioni, la loro religione, la loro nazione… o per onorare la memoria di una persona cara scomparsa (un genitore, l’allenatore...).

Il pugile americano Mohamed Ali si è distinto per il suo attivismo politico in favore della causa nera. Nel 1960, consacratosi a soli 18 anni campione olimpico a Roma, è un uomo di colore in un Paese in cui la segregazione razziale è ancora molto presente: in un ristorante di Louisville, la sua città natale, rifiutano di servirlo. Come reazione a ciò, il giovane campione getta la medaglia nel fiume Ohio. Poco a poco, decide di stravolgere le sue convinzioni e si unisce al movimento Nation of Islam, diretto dal carismatico Malcom X. Prenderà il nome di Cassius X in omaggio al suo mentore, prima di abbandonare completamente il suo vero nome e assumere quello di Mohamed Ali. Nel 1966 diventa obiettore di coscienza e rifiuta di servire l’esercito americano impegnato nella guerra in Vietnam5.

Più di recente, dopo una stagione perfetta nel 2001, Julien Absalon, campione francese di mountain bike, è invece sconvolto dalla morte del padre. In un primo momento pensa di abbandonare la competizione, poi promette a se stesso di dare il massimo in sua memoria e infila una serie di vittorie tra cui l’oro olimpico ad Atene 2004: “Quando alzo il dito al cielo, negli ultimi metri, penso solo a mio padre”. “Si batte solo per lui”, conferma sua moglie6.

Allenatore e sportivo: una ricerca di equilibrio psicologico

Una delle missioni dell’allenatore (coach, educatore...) è quella di equilibrare le fonti di motivazione e servirsene per far migliorare il suo campione. “Come si può stare bene con se stessi quando si è ossessionati dal proprio desiderio?, chiede Makis Chamalidis7. Molti sportivi adottano un pensiero binario: se vinco, valgo, se perdo, no. Ma per ogni eletto, il vincitore, quanti perdenti ci sono?”8 Quando lo sportivo trionfa principalmente grazie al suo ego, bisogna aiutarlo a conservare la fiducia, organizzarsi per raccogliere buoni risultati (obiettivi realistici durante gli allenamenti, competizioni più semplici...) e sottolinearli, occorre insegnargli a trasformare i suoi fallimenti in esperienze costruttive e a pensare in termini di miglioramento quando non arriva primo, mostrandogli che può trovare altre fonti di interesse e realizzarsi anche in altri campi. Se lo sportivo predilige il piacere e la qualità al risultato, può essere utile stuzzicare il suo amor proprio, suscitargli la voglia di dimostrare che il suo modo di fare è il migliore.

Sport e personalità: far piacere a una persona cara

Almeno all’inizio della carriera, la motivazione dei grandi sportivi è in parte legata al desiderio di far piacere a una persona cara (il padre, la madre, uno zio...) che, spesso, è anche l’allenatore. Alexandre Biamonti ha iniziato a praticare il karaté per avvicinarsi a suo padre, dopo che i suoi si erano separati2: “Era un appassionato di karaté, non aveva paura, ma neanche tanta forza. […] Oggi io faccio tutto quello che lui non ha potuto fare, me lo ha trasmesso e lo ha vissuto attraverso me. Quando mi allenavo, doveva essere presente perché dovevo mostrargli quello che facevo. E più mi guardava, più m’impegnavo, lavoravo meglio. […] Volevo fargli piacere”. Questo rapporto lo ha aiutato a superarsi durante tutta la sua carriera.

Il rischio è che la buona intesa cessi durante l’adolescenza o quando lo sportivo, una volta adulto, inizia a sentire il bisogno di vivere secondo i suoi gusti.

Pugile diventato campione di Francia junior a 17 anni nel 1982, poi Numero 1 mondiale nel 1992, l’anno seguente Frank Nicotra interrompe improvvisamente la sua carriera per dedicarsi al cinema e alla regia. Spiega che si era reso conto presto di non amare il pugilato, ma che si era ripromesso di non deludere mai suo padre: “A quell’età un padre ci appare come un dio. [...] Senza di lui, in fondo, tutto ciò non aveva senso. Da solo, non avevo nessuna voglia di diventare campione del mondo8”.

Audrey Plessis

1 - Hubert Ripoll è psicologo, ex presidente della Società Francese di Psicologia dello Sport. È autore di numerosi lavori, tra cui Le mental des champions - Comprendre la réussite sportive e Le mental des coachs (Editions Payot), che si possono trovare nei rispettivi blog omonimi: Le mental des champions, Colloque Sport & Résilience organizzato da Eurosport il 19 ottobre 2012.

2 - Blog Le mental des champions, estratti delle interviste riguardanti Eric Navet e Alexandre Biamonti, (2008).

3 - Intervista Elle aurait été bien triste, ma vie, L’Equipe, Rubrique Grand format, 14 maggio 2012.

4 – Articolo apparso in L’Equipe, 28 luglio 2004.

5 – Sito internet ufficiale di Mohamed Ali.

6 - Documentario A la lumière de jeux, Emmanuel Georges e Jean-François Verrier, Supermouche productions, 2004 e sito internet ufficiale.

7 - Makis Chamalidis è psicologo dello sport, collabora con il Centre national d’entraînement (CNE) del Roland Garros, autore di Splendeurs et misères des champions e co-autore, insieme a François Ducasse, di Champions dans la tête - la recherche de la performance dans le sport et dans la vie, Les Editions de l’homme.

8 - Documentario La vie en rose, Frank Nicotra, Les films du soleil, 2002, e articolo La Gloire de mon père, Hors Série Sport e Vie n°17 Psychologies du succès et de l’échec, 2003.

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17/04/2013

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